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Paolo Moiola
Interviste (giugno 2002)
L’ARGENTINA UCCISA DAL «TERRORISMO ECONOMICO»


Porto Alegre (Brasile).
«Vorrei ricordare l’insegnamento di un grande pensatore dell’antichità: se vuoi la pace nel mondo, devi prima metterla nelle tue idee; perché la pace sia nelle tue idee, deve esserci pace nella tua famiglia; perché la pace sia nella tua famiglia, ci deve essere pace nel tuo cuore».
Adolfo Perez Esquivel, argentino, premio Nobel per la pace nel 1980, parla in una sala affollatissima al Forum mondiale di Porto Alegre. Al termine, il professore, nato a Buenos Aires nel 1931, si intrattiene sul palco sottoponendosi sorridente a flash, taccuini e registratori.

Come descriverebbe la situazione dell’Argentina?
«Siamo un paese potenzialmente ricco che ha dilapidato un patrimonio. Abbiamo un debito estero enorme, che non possiamo pagare, e la relazione matematica che ne viene fuori è: “più paghiamo, più dobbiamo pagare, meno abbiamo”. Non siamo poveri, ma impoveriti.
Non è possibile che in un paese grande produttore di alimenti ci siano persone che muoiono di fame. Avevamo raggiunto un alto livello di educazione, invece ora abbiamo molti analfabeti. Il 25% della popolazione è disoccupata. È stata distrutta l’industria nazionale, la nostra capacità produttiva.
Questa è una violazione dei diritti umani, economici, sociali e culturali di tutto un popolo. Ma quello che succede ora in Argentina potrebbe succedere ovunque».

Questa crisi mette a rischio la democrazia?
«Il fatto è che in queste condizioni la democrazia non esiste.
Cosa significa democrazia? Votare? Dovrebbe significare diritti e uguaglianza per tutti e partecipazione sociale. Ma cosa può fare la gente quando c’è una fuga di capitali che io definisco terroristica e un governo che vuole sequestrare i risparmi del popolo?».

Qual è l’origine della crisi?
«L’origine di tutto è il modello neoliberista imposto dal Fondo monetario internazionale (Fmi) e dalla Banca mondiale (Bm)».

D’accordo. Ma come si spiega che il nuovo governo argentino sia subito corso a Washington, per chiedere aiuti a quegli stessi soggetti?
«È vero. Il governo da una parte ha imposto a noi argentini il “corralito”, congelando i soldi del popolo, e dall’altra è corso a chiedere prestiti a Washington. E non sapete a quali condizioni! La condizione del governo degli Stati Uniti e del Fmi per consegnare i fondi (che speriamo non consegni) è che l’Argentina voti contro Cuba nella Commissione Onu dei diritti umani a Ginevra (aprile 2002) (1). Questo fatto è di una immoralità totale, assoluta, inaccettabile. Ma c’è anche un’altra condizione, perché questi signori non si accontentano: sono molto esigenti.
La seconda condizione è che l’Argentina entri nell’“Accordo di libero commercio delle Americhe” (Alca)». Cosa comporterebbe questo passo? «Entrare nell’Alca significa che verranno distrutti gli apparati produttivi (o quello che ne resta) dei nostri paesi; salteranno tutti gli accordi regionali, come il Mercosur, il Patto Andino e quello dei Caraibi; e gli Stati Uniti avranno l’egemonia sull’America Latina.
Tutto questo spiega anche l’attuale rimilitarizzazione del continente. Intanto, truppe di Washington sono già presenti in Colombia nel quadro del “Plan Colombia”, con il concreto rischio di creare un altro Vietnam». Lei parla di cause esterne al paese; ma non ci sono anche responsabilità argentine? «Certamente: nessuno può imporre alcunché se non glielo si permette. Nel paese c’è una corruzione assoluta. Per questo gli argentini non credono più alla classe politica.
I politici sono le persone che diedero i superpoteri al ministro dell’economia Cavallo, quelli che permisero le privatizzazioni, sia con il governo di Menem sia con il governo di De La Rua. Ci sono lettere che io ho mandato a De La Rua dove tutto questo è scritto in modo molto chiaro; in particolare, nell’ultima gli dissi: “Lei sta cospargendo il pavimento di benzina, alla prima occasione s’incendia il paese”. Dopo un mese, avvenne proprio questo».

Lei parla spesso di «terrorismo economico»...
«Quando la Fao segnala che oltre 35.600 persone muoiono di fame nel mondo ogni giorno, questo è “terrorismo economico”. L’11 settembre dell’anno scorso eravamo con il governatore, qui a Porto Alegre, per lanciare il Forum. Quel giorno si verificò l’attacco terrorista contro New York e Washington. Quindi, il dato della Fao passò completamente sotto silenzio sui mezzi di comunicazione internazionale, perché tutti si concentrarono sugli attentati negli Stati Uniti.
Io credo che la guerra abbia molti campi di battaglia e uno di questi sono i popoli: cercano di neutralizzarci. Per arrivare a questo ci sono molti modi: limitare o togliere il diritto alla salute e all’educazione; utilizzare il ricatto della disoccupazione. Questo capitalismo non riesce a riformarsi per una semplice ragione: è nato senza cuore. E senza cuore non si ha la capacità di amare». Ha ancora un senso l’organizzazione delle Nazioni Unite? «Credo che le Nazioni Unite siano state destituite dal potere egemonico degli Stati Uniti, che hanno imposto le loro condizioni. Si pensi che gli Usa non vogliono ratificare il “Tribunale penale internazionale” (2); in compenso hanno istituito tribunali militari per quelli che loro considerano terroristi».

Allora, professore, un mondo in pace è un’utopia o una possibilità reale?
«Io dico: sì, è possibile, nonostante tutte le difficoltà di questi anni, nonostante la corsa agli armamenti, nonostante la povertà. È possibile costruire un mondo in pace se noi siamo disposti a renderlo possibile... Io cito spesso gli studenti del ’68 in Francia. Essi dissero una cosa che dobbiamo tenere presente: “Siamo realisti, vogliamo l’impossibile”».

Ci dia qualche suggerimento più concreto...
«Dobbiamo sviluppare la creatività, il senso della vita, la solidarietà e per questo dobbiamo unire le volontà: i popoli vogliono la pace non la guerra, non vogliono le armi ma costruire una vita più giusta per tutti. Perché crediamo che non sia possibile? Siamo paralizzati dalla paura e se abbiamo paura non possiamo conquistare la pace. Perché crediamo che non sia possibile affrontare la dittatura economica e finanziaria del Fondo monetario e della Banca mondiale? Perché siamo paralizzati? Voglio fare un esempio concreto: nella seduta del Tribunale dei popoli abbiamo parlato del debito estero (un problema che sembra destinato a perpetuarsi per l’eternità), per cercare di comprendere il meccanismo di dominio internazionale. Ebbene, sarebbe possibile superare il problema del debito estero-eterno, ma noi ci sentiamo prigionieri, senza volontà: ci hanno fatto credere che sia impossibile venirne fuori. Invece, sarebbe possibile se i popoli di America Latina, Africa e Asia avessero il coraggio di unirsi e di dire basta. Se diciamo basta, non ci dobbiamo preoccupare noi; si deve preoccupare la Banca mondiale e tutti i centri della finanza internazionale».

Quella stessa finanza internazionale che in questo momento sembra voglia lasciare l’Argentina al proprio destino. Lei non teme un intervento militare, un colpo di stato?
«No, non credo accadrà. Ma certamente noi dobbiamo vigilare e lavorare per favorire una soluzione democratica ».

NOTE AL TESTO:
(1) Il riferimento è alla sessione annuale della Commissione Onu per i diritti umani, riunita a Ginevra dal 18 marzo al 16 aprile.
(2) Il «Tribunale penale internazionale» delle Nazioni Unite è nato a Roma il 17 luglio 1998. A 4 anni di distanza dall’approvazione dello statuto, il trattato istitutivo è stato ratificato da 66 paesi. Sono assenti paesi importanti, tra cui Cina, Russia, Israele e, appunto, gli Stati Uniti.


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