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Paolo Moiola
La stanza degli ospiti (15-02-2007)

La tv spazzatura non è nata per caso. Ci sono precise responsabilità, che non vanno taciute. Perché le conseguenze prodotte sul vasto popolo dei telecittadini e dunque sull’intera società italiana sono gravi. 
L’Italia della televisione in un’analisi lucida e dura.

di Paolo Farinella


E’ facile scadere nel moralismo quando si parla di tv o di strumenti di comunicazione in genere. E’ un rischio però che voglio correre perché la polemica sulla tv spazzatura sta diventando un tema di fondo che alimenta  se stessa invadendo per cassa di risonanza anche  giornali, settimanali e radio. Quella tv spazzatura di cui tutti parlano male finisce per diventare così «la notizia» per eccellenza di cui nessuno può fare a meno. Se ne parla e se ne discute continuamente per giorni e giorni aumentando la spazzatura e diminuendo la tv.
Credo che sia fondamentale andare al fondo della questione e non fermarsi alla diagnosi. La domanda è: cosa ci sta alla sorgente, se riusciamo ancora a scorgerla? Oppure: c’è una responsabilità se ormai si è toccati il sottofondo sia della decenza che della stupidità? Coloro che si scandalizzano perché guardano la tv spazzatura trasformandola in  sorgente di guadagno  per i produttori e autori? Le donne, le ragazze perché fanno a gara e sono pronte a tutto pur di fare parti coreografiche che sono un vilipendio del genere femminile? Dove sono le sane e robuste femministe del ’68? Possibile che le loro figlie siano tutte candidate veline, disposte anche alla schiavitù pur di avere uno strapuntino in tv?
Nel 2006, alla scadere della «legislatura Berlusconi», scoppiò il caso giudiziario di «vallettopoli»: fu fatto il nome di una soubrette come tante che, forse consapevole di non valere come artista, per ottenere apparizioni in tv concesse prestazioni sessuali a un dirigente dell’ufficio stampa di un partito di governo. Titoli di prima pagina sui giornali, i tg amplificavano e trasformavano uno squallido commercio di sesso con la grande notizia di cui tutti si scandalizzavano, ma che tutti contribuivano ad ingigantire, i partiti gridavano al complotto e alla fine… l’interessata divenne un’attrazione che faceva aumentare l’audience: fu la sua fortuna economica e di immagine. Il messaggio che arrivò alle giovani donne fu inequivocabile: la prostituzione (questo è il termine appropriato, con assoluto rispetto per le donne costrette a guadagnarsi la vita con quella attività) di se stesse paga, ma solo se non si hanno scrupoli morali. Questo fatto di squallida cronaca da bassifondi è un sintomo e una conseguenza di un costume che negli ultimi anni la politica ha impresso alla nazione intera, rompendo gli argini della decenza a tutti i livelli. 
Alle ultime elezioni politiche Silvio Berlusconi ha presentato come candidate al parlamento spogliarelliste e attrici perché avevano… argomenti convincenti adatti al pubblico grasso e crasso che ha ammiccato, sbavato e infine le ha portate in parlamento, stipendiandole con 15 mila euro al mese a carico della nazione. La sinistra, forse per non essere da meno, propose un transgender (cioè un uomo che si crede donna) e un segretario di partito candidò la moglie per giocare in casa. Attualmente in parlamento siedono almeno una trentina di persone inquisite, giudicate e condannate. Pur con il rispetto delle persone, mi chiedo quale competenze possa vere una spogliarellista o un’attricetta seminuda nel legiferare in nome del popolo italiano. Con più preoccupazione mi chiedo invece che esempio possa dare un condannato per truffa, evasione fiscale, corruzione di giudici e guardia di finanza. Purtroppo, però, sono questi i modelli proposti alla nazione come garanti di legalità da quei partiti che hanno espunto la legalità dal loro orizzonte.
Si è rotto il meccanismo del rispetto e della dignità a vantaggio della schizofrenia instabile: una società decente si basa su un minimo di regole condivise poste come confine all’istinto della prevaricazione e del sopruso. Tutto ciò è saltato sotto i colpi di un piano preordinato e di una complicità acquisita sul campo. Saltate le regole, anche il mondo giovanile è schizzato fuori triturando e lasciandosi triturare in una discarica di immondizia che, a mio avviso,  ha responsabilità ben precise. Uno che ha costruito un impero economico facendo della frode del fisco un asse portante del sistema economico, giustificherà se stesso dicendo che rubare al fisco è lecito. Chi lo elegge e lo porta alla presidenza del consiglio compie un’azione contro natura, un atto di masochismo sociale, politico ed economico: premia colui che per anni e anni gli ha rubato una quota di sanità, di scuola, di servizi, di sicurezza, di democrazia. 
L’orrore e lo scandalo non stanno nei centimetri di vestiti che le donne portano addosso (la vera trasgressione oggi è andare in tv vestiti), ma nella stupidità dilagante, nell’ignoranza abissale e nell’elogio sistematico della superficialità che hanno modificato al basso i criteri di valutazione della gente, come in un ricercato gioco al massacro in cui si è assistito al suicidio di massa: i poveri hanno votato per i ricchi dandogli in mano non solo l’economia, ma anche e specialmente la dignità.
Da quindici anni ad oggi il compito della tv commerciale è stato uno solo: portare le masse all’adorazione di una persona che, avendo necessità di sistemare tutte le sue pendenze con la morale, l’economia  e la giustizia, ha deciso di irrompere sulla scena partitica per gestire in prima persona i suoi interessi personali camuffandoli come interessi della nazione. Oggi la tv commerciale serve solo a fare soldi che servono per comprare uomini, partiti, chiese, connivenze, complici e folle osannanti in forza del detto romano: «panem et circenses – briciole e divertimenti». Per raggiungere il dominio delle coscienze attraverso le tv bisognava ridimensionare e sottomettere la tv pubblica, immettendovi uomini sicuri sempre proni all’ossequio del padrone e programmi non superiori a quelli delle tv commerciali. In nome del moloch dell’auditel che è un inganno istituzionalizzato, fatto dalle stesse tv che dovrebbe controllare, si allontanano dagli schermi coloro che fanno pensare e si chiama un esercito di qualunquisti che faccia divertire il popolo, lo distragga, lo solletichi, lo illuda e gli impedisca di occuparsi di politica e di economia che sono materie riservate al principe e alla sua corte: voi non pensate a nulla, divertitevi con le mie tv, mi sacrifico io per voi. 
A mio parere all’esplosione della tv spazzatura hanno contribuito due fattori, uno più grave dell’altro perché le conseguenze del combinato disposto di queste due convergenze ha generato e continua a generare effetti che hanno già intaccato la coscienza del popolo e, fatto ancora più grave, ha prodotto una frattura irreversibile nel processo di crescita degli adolescenti e dei giovani perché li ha scaraventati senza paracadute sul palcoscenico di una vita che non esiste, di un sogno che è una chimera, di un guadagno senza fatica e senza sforzo, di un posto invece che di un lavoro, facendo di essi una massa governabile con poca spesa e manovrabile a piacimento con un solo sms. La tv (spazzatura e non) allarga la distanza tra desiderio e realtà, fomentando una scissione interiore che induce alla pazzia e a comportamenti nevrotici. Il ragionamento che può fare un giovane di fronte ai modelli tv è semplice: perché io non posso avere quello che la tv mi propone? Aumenta la pubblicità di macchine sempre più inquinanti e veloci e poi si mettono i limiti di velocità sulle autostrade e si chiudono le città al traffico; si pubblicizzano i superalcolici e poi ci si lamenta che il sabato sera i ragazzi devono e si uccidono; le donne in tv si lasciano stuprare solo per il ruolo che svolgono, sempre coreografico e poi ci si lamenta che menti deboli compiano stupri su giovani donne per le strade delle nostre città; si pubblicizzano le merendine pieni di carboidrati e colesterolo e poi ci si lamenta che i nostri bambini sono obesi e diabetici; qualsiasi prodotto oggi è associato nella pubblicità ad una immagine di sesso o denaro facili facili. La tv (spazzatura e non) mette in atto un processo inarrestabile di emulazione, diventando così responsabile del comportamento indotto nei giovani in via fi formazione.

Il primo fattore  di degrado etico, a mio parere, è il fondatore della TV commerciale italiana, divenuto uno degli uomini più ricchi del mondo (nonostante anni di crisi economica e politica del nostro paese in cui ha prosperato solo la pubblicità televisiva). Perché Berlusconi è una delle cause del degrado che porta alla tv spazzatura? Egli professava e continua a professare una adesione incondizionata all’insegnamento della Chiesa, anche sul piano etico: egli sbandiera sempre di essere «dalla parte dei vescovi» e intanto la sua vita privata è una contraddizione vivente perché in privato nega quello che in pubblico afferma. Questo comportamento è tipico di coloro che padre. Bartolomeo Sorge, definisce i «cattolicanti» che sono coloro che si servono della religione per fini strumentali di potere, nulla importandogli la coerenza interiore che dovrebbe essere la prima caratteristica di un politico che per giunta si definisce cattolico. Le sue tv sono gli apostoli evangelizzatori che diluiscono con sapienza e accortezza luciferina il veleno dell’assuefazione e il culto del principe. 
La tv per molti italiani è l’unica fonte di informazione, di fatto una autorità: se cade in mano a persone spregiudicate senza scrupoli morali, essa diventa uno strumento di manipolazione delle coscienze e dello stesso sistema democratico. Solo il controllo istituzionale (che ancora non c’è) può garantire un uso legittimo della tv come mezzo determinante di comunicazione e di formazione del pensiero. 
Nell’ottobre del 1984 Bettino Craxi, allora presidente del consiglio, firmò un decreto a favore del suo protetto Berlusconi che ricambiava con finanziamenti illeciti. L’intreccio fu così forte che il decreto sfidò anche una sentenza della suprema Corte. In 23 anni di dominio incontrastato questo concentrato di potere nella mani di un solo uomo «malato di se stesso», ha inoculato in modo indolore e sistematico il virus del «berlusconismo» che ha intaccato i costumi e i due pilastri del sistema democratico: il bene comune e il valore della persona (Compendio della Dottrina sociale della Chiesa cattolica al n. 168). L’ideologia del «berlusconismo», come ha dimostrato in una lucida analisi padre Bartolomeo Sorge nel memorabile editoriale «Appello di fine Legislatura»  (Aggiornamenti Sociali, 2 [2005] 93-98), ha provocato la dissoluzione della convivenza civile introducendo una conflittualità permanente verso un nemico inesistente, ma costantemente evocato per galvanizzare le masse (metodo brevettato dal KGB in voga nell’Unione sovietica di Stalin-Breshnev); ha ridotto il senso morale a tornaconto immediato; ha trasformato l’etica in ciò che conviene «qui e ora»; ha svuotato la religione della sua valenza spirituale facendone solo una farsa esteriore di appartenenza da utilizzare per fini elettorali e contro gli avversari per fini ideologici; ha drogato l’Italia intera con una programmazione delle sue tv finalizzata ad impedire alla gente di pensare e di scegliere con responsabilità.
Tutta la programmazione delle sue tv imbandisce modelli che sono contro la visione cristiana della vita che, invece, in politica difende energicamente. Dichiara che i gay sono tutti a sinistra, dando un giudizio morale pesante sulle persone per la loro tendenza sessuale, ma poi le sue tv scodellano il genere omosessuale come modello, a volte superiore e su questi modelli ci guadagna cifre da capogiro. Se i gay sono tutti di sinistra come mai mantiene un presentatore dichiaratamente gay nelle sue tv?  Difende  a spada tratta l’unità della famiglia e si schiera contro i diritti delle coppie conviventi e intanto lui è divorziato e convive felicemente come se ciò riguardasse un’altra persona. Molti dei suoi deputati sono conviventi e da 16 anni, dal 1991, usufruiscono di tutti (e qualcosa in più) quei diritti che il governo vuole garantire nel progetto «Dico», senza gridare allo scandalo e alla sfascio della famiglia. Progetta e mette in onda programmi dedicati ai giovani in cui ammannisce il principio assoluto che è vero solo ciò che piace, senza curarsi delle conseguenze nefaste che una simile programmazione può avere sulle menti ancora in formazione. I suoi studi televisivi hanno sostituito gli oratori. Di fronte a questa indifferenza che naviga tra le affermazioni verbali e la pratica dei fatti, come minimo bisogna esigere un massimo di coerenza, specialmente se uno si propone come uomo pubblico e quindi come inevitabile modello. Orami la coerenza è scomparsa dalla scena e si è smarrita nel sottobosco della convenienza. 

Dopo la presa di potere della destra e la conseguente occupazione della tv pubblica, si è instaurato un processo di emulazione al basso che ha portato inesorabilmente, ma sistematicamente la tv pubblica allo stesso livello di quella privata facendo gara tra chi portava più spazzatura. Nei cinque anni del governo Berlusconi, le tv sono diventate una discarica, in base al principio che «male comune mezzo gaudio». La giustificazione è la stessa che diede in tribunale per giustificarsi delle tangenti pagate ai partiti: lo facevano tutti perché se lo fanno tutti non è né reato né peccato. 
Non basteranno due generazioni per ripulire da questo virus il «sistema Italia», ormai minata al cuore del suo futuro: i giovani che sembrano smarriti e perduti. Estraniati davanti alla tv che succhiano come se fosse il seno materno, fuggono la vita sognando due miraggi: il denaro e lavorare in tv. I modelli proposti sono: la violenza come strumento di affermazione, l’evasione delle tasse come atto di furbizia, l’esaltazione dell’effimero estremo, purché sia costoso, apparire in tv come miraggio della vita, disimpegno civile perché ai ricchi basta l’elemosina, inno alla libertà individuale come licenza di fare ciò che si vuole, anche conto gli altri che devono essere eliminati se sono di ostacolo. 
Sta avvenendo in Italia quello che è avvenuto in 70 anni di comunismo in Unione Sovietica dovere il sistema dittatoriale e disumano aveva risucchiato l’anima del popolo russo che ancora oggi a distanza di quasi 20 anni fa fatica a ritrovarla. Lo dico con sofferenza: come è possibile che un popolo che si ispira ai principi cristiani voti al 50% per uno che è iscritto alla P2, per definizione contraria al cristianesimo come religione soprannaturale e che aveva come obiettivo primario la sovversione dello Stato di diritto e la sospensione dei diritti civili? Come è possibile che un popolo sia così drogato da non accorgersi che l’uomo nelle cui mani mette le finanze dello Stato da un tribunale della Repubblica è condannato per corruzione della Guardia di Finanza (sentenza del 7 luglio 1998), che è inquisito per esportazione illegale di valuta all’estero, per frode fiscale, per corruzione dei giudici al fine di comprarsi le sentenze su misura? Dove erano i cristiani che al momento del voto hanno scelto uno che ha trascorso cinque anni a farsi leggi su  misura per salvare la pelle a se stesso e ai suoi amici-complici e correi? Possibile che nessun cattolico si sia accorto che questo liberale a parole è entrato in politica sommerso da oltre 3.500 miliardi di debiti ed è uscito da palazzo Chigi con le sue società quotate in borsa e con un attivo in crescita fino oltre il 30% di anno in anno, mentre tutte le altre attività economiche italiane languivano nella recessione? Mentre la produzione italiana andava era stagnate e regrediva, il governo invitava diminuiva le tasse ai ricchi per aumentare i consumi e invitata a comprare tutto ciò che avesse il marchio «made in Italy»: il presidente del consiglio però viaggiava su auto straniere, comprate durante la sua presidenza. Dove sono i cattolici moralisti quando le tv private arricchiscono il loro padrone con la tv spazzatura che è il volano dell’economia mediatica? Cosa hanno da dire i cattolici quando un uomo si arricchisce smisuratamente corrompendo con le sue tv una nazione intera che ha modellato a sua immagine e somiglianza? Dove erano i cattolici quando ha smantellato lo stato sociale, ha svilito la scuola pubblica, ha assaltato il sistema giustizia per sottometterlo al suo potere e impedire di perseguire i suoi crimini? Dove erano i cattolici quando il  presidente del consiglio da loro votato e osannato come novello messia, si avvalse  per se stesso e le sue aziende dei condoni fiscali (legge finanziaria del 2002) che gli ha permesso di sanare con appena 1800 euro una pendenza di evasione per 64 milioni di euro di «ricchezza dell’ingiustizia» (Lc 16,9). 
Dov’è l’etica, la moralità, l’integrità della persona, il senso del bene comune e la dignità degli obiettivi? Bisogna essere coerenti e ripensare a certe pagine evenageliche che o sono valide sempre o devono essere strappate: «Non si può servire a due padroni; non avrai altro Dio davanti al Signore tuo Dio» (Lc 16,13; Es 20,3). Un uomo che in uno stato di diritto sarebbe in carcere a scontare pene per reati gravissimi, non solo è in piena attività politica, ma ciò che più impressiona è il culto della sua personalità da parte di largo strato del mondo cattolico. In morale c’è un principio etico che il popolo nella sua saggezza ha tradotto con il detto: «è ladro tanto chi ruba quanto chi para il sacco»  e il principio vuole sottolineare che la responsabilità del degrado sociale e nazionale non è solo della tv spazzatura, ma anche della politica che la fomentata e del mondo cattolica che l’ha sorretta e continua a sorreggerla sostenendo una filosofia contraria a tutto ciò che insegna la dottrina sociale della chiesa e l’etica cattolica. Si tratta semplicemente di una responsabilità «in solido».


     L’altro fatto che, a mio parere, ha contribuito alla decadenza morale del nostro popolo è l’atteggiamento assunto dalla gerarchia ecclesiastica in Italia nei riguardi della politica del  personaggio di cui sopra che ha finito per essere percepita dal popolo come una approvazione incondizionata delle sue scelte politiche, pubbliche e private. Di questo aspetto parlo e scrivo con sofferenza, perché come figlio della Chiesa cattolica avrei voluto farne a meno, ma per rispetto alla mia coscienza e al vangelo non posso tacere anche se temo per MC che mi ospita e con la quale collaboro da anni  possa subire conseguenze a causa della mia libertà di parola e di pensiero. Siamo giunti a questo degrado: la paura di non essere liberi di esprimere valutazioni connesse tra politica ed etica e le conseguenze che altri potrebbero subirne. Posso garantire che pago un alto prezzo ogni giorno per la mia duplice fedeltà alla Chiesa e alla mia coscienza, un prezzo che a volte mi pare troppo caro, mentre forse è solo il dazio di polvere che si deve alla propria coerenza nella verità sperimentata e gioiosamente vissuta, senza rimpianti e senza pretese. Nemmeno Dio può chiederci di tradire la coscienza informata e formata. 

La Chiesa cattolica in Italia, pur essendo anagraficamente maggioranza, è di fatto minoranza come si deduce da ricerche demoscopiche anche d’ispirazione cattolica che mettono in evidenza il calo ormai endemico delle vocazioni ministeriali, la diminuzione costante della pratica religiosa, anche se c’è una maggiore richiesta di una religiosità «fai-da-te», il crollo dei matrimoni (da 419.000 del 1972 a 250.000 del 2005: fonte Istat 12 febbraio 2007) a favore della convivenza di fatto (aumentate in 30 anni del 30%), l’orrore che suscitano gli scandali di pedofilia in cui sono coinvolti preti e religiosi.
Di fronte a questa completa débacle, la Chiesa come istituzione è arrivata impreparata e gran parte della gerarchia invece di analizzarne le cause, ha preferito attribuirne la responsabilità al concilio ecumenico Vaticano II, risparmiandosi la sofferenza di un’amara presa di coscienza per il fallimento di una pastorale basata solo sugli atteggiamenti esteriori che non sulla Parola di Dio e la crescita matura dei battezzati laici. La Gerarchia cattolica italiana ha paura del laicato cresciuto e adulto perché non è sicura di se stessa e dovunque vede concorrenti. La gerarchia presa nella morsa della istituzione che poi s’identifica con il potere fine a se stesso (o alla propria persona) ha perso l’afflato profetico per cui non parla più in nome di Dio, ma di unicamente in nome di se stesa che identifica con Dio. Ai laici credenti non è concessa nemmeno l’autonomia in quelle realtà in cui sono competenti per studio o professione: essi devono restare eterni chierichetti, che ogni giorno devono prendere la dose di compitino da svolgere secondo le regole e le direttive stabilità dall’autorità che in questo modo cessa di essere autorità per trasformarsi in autoritarismo.
E’ il problema di fondo che deve essere risolto per amore (cioè per  convinzione) o per forza (sarà la storia a costringere a risolverlo), ma in questo secondo caso, sarà talmente tardi che solo un miracolo potrà porvi rimedio. Pur di contrastare la perdita di autorità sull’intera nazione, la presidenza della CEI ha messo in atto un enorme cantiere dedicato ad un «progetto culturale» come rifondazione del cristianesimo in Italia considerata quasi del tutto secolarizzata. Alla proposta del vangelo in termini di cultura, aderì la destra rappresentata in parlamento e i frammenti della Dc più ideologizzata che per principio diventano rossi quando sentono pronunciare la parola «sinistra». Sorsero le basi per una religione civile o dei valori, rigorosamente occidentali in nome dei quali sancire una nuova santa alleanza di conquista dell’Italia. Oltre all’aspetto positivo il progetto culturale prevedeva un’appendice: l’eliminazione di tutte le voci cattoliche, specialmente nei mass-media, giudicate dissenzienti dalla linea ufficiale: i Gesuiti per il loro pensiero  non allineato (gestione Arrupe) e i Paolini per i periodici di stampa furono commissariati; il giornale cattolico Avvenire divenne non un giornale di scambio tra le diverse ecclesialità presenti sul territorio, ma il giornale ufficioso della presidenza della Cei, come fosse un organo di partito. In questo progetto ad ampio spettro rientravano anche le case editoriali, le scuole e le università cattoliche che avrebbero dovuto essere ricondotte all’unità di pensiero e di parola sotto lo scudo del protettorato della Cei che ne diventava così padrona e controllora.
Per un progetto di questa portata, bisognava stabilire un’alleanza strategica e privilegiata che fosse inversamente proporzionale all’ininfluenza sulla società italiana. La presidenza della Cei scartò i democratici popolari perché figli di quel riformismo sturziano e degasperiano che il clericalismo nostrano non ha mai digerito perché un laicato cosciente e impegnato significa autonomia in ciò che riguarda le realtà terrestri e sottrazione di potere al dominio vescovile. L’alleanza fu trovata con la destra fascista e berlusconiana: si fecero accordi sottobanco o anche alla luce del sole perché essendo venuto meno la DC come partito di riferimento clericale, ora la Cei interveniva direttamente a salvaguardare i suoi interessi come una qualsiasi lobby economica e d’interesse. Berlusconi fiutò l’affare e vi si buttò a pesce: pur essendo fuori di ogni norma canonica per la sua vita privata, egli fece promessa di adesione alla visione della società propugnata dai vescovi; cercò ogni occasione per farsi fotografare con il papa, promise tutto e il contrario di tutto in materia economica e di collaborazione con il Vaticano e la Cei fino a progettare la dissoluzione del sistema scolastico nazionale a favore delle scuole private, quasi del tutto in mano cattolica. Immise a ruolo tutti gli insegnanti di religione, nonostante fosse una materia facoltativa. Eliminò la tassa dell’Ici sulle attività commerciali della Chiesa, alterando così il mercato (avrebbe dovuto esser euna bestemmia per uno che si definisce liberista in economia). Incarnò la logica di Enrico IV: «Parigi val bene una Messa». 
La  Cei nel 1991, un anno prima dell’occupazione del potere da parte di Berlsuconi aveva pubblicato un documento per il decennio 1991-2000, dal titolo profetico: «Educare alla legalità», forse il documento più bello dell’ultimo secolo, nel quale si prefiguravano in anticipo tutti gli scenari che si sarebbero verificati nel decennio berlusconiano con Berlusconi protagonista e sceneggiatore. La collusione tra berlusconismo e clericalismo produsse una sequenza di effetti drammatici e tragici le cui conseguenze negative stiamo pagando noi e pagheranno i nostri figli. L’adesione dei Vescovi espressa o tacita alla politica di Berlusconi li ha costretti al silenzio anche quando avrebbero dovuto gridare in difesa del loro popolo. Essi hanno taciuto e per questo hanno perduto il loro popolo,,come dimostrano tutte le indagini demoscopiche delgi ultimi sei anni. Hanno taciuto di fronte allo scempio morale delle leggi personalizzate,  di fronte alla illegalità diffusa diventata la prima pelle del nostro popolo attraverso la logica dei condoni come incentivo alla derisione dello Stato e dei cittadini onesti. Hanno taciuto di fronte alla guerra in Iraq strenuamente voluta da Berlusconi che la volle come prezzo da pagare per essere ammesso nel salotto statunitense di Bush. Hanno taciuto e giustificato una guerra preventiva, nonostante il papa Giovanni Paolo II l’avesse definita una «guerra immorale». Hanno taciuto di fronte agli atteggiamenti razzisti e demagogici che hanno diviso il popolo italiano, portando le istituzioni democratiche al collasso che solo la fine della legislatura e il referendum salva costituzione hanno frenato per un po’. Hanno parlato una volta, per bocca del suo presidente, solo ai funerali dei diciotto carabinieri vittime consapevoli della follia di cui erano effetto e causa per dire parole di appoggio alla politica guerrafondaia del governo: «Noi non fuggiremo, noi non arretreremo». Parole che forse possono fare parte del bagaglio di un generale, ma non di un vescovo che parla a nome di una nazione.
L’adesione dei Vescovi al «berlusconismo», il loro silenzio nei momenti drammatici, la stessa indifferenza nei confronti dell’esito del referendum sulla costituzione, come se l’una valesse l’altra, hanno provocato tra il popolo cattolico e specialmente tra quello giovanile un reazione di rigetto dell’autorità dei vescovi con una conseguenza ancora più grave. Molti, troppi giovani pensano che l’appoggio dei Vescovi a Berlusconi e alla sua politica significa giustificazione e assoluzione generale del suo operato. In tutto quello che egli fa e mette in atto nulla vi è immorale, e di illecito e di non consono con la morale cattolica… «altrimenti i vescovi non starebbero con uno così». Frasi come queste noi preti che viviamo in mezzo alla gente le sentiamo tutti i giorni e comprendiamo che il danno è irreversibile.
Il popolo semplice e i giovani dicono che Berlusconi, il suo mondo, le sue tv sono un modello legittimo perché approvato anche dall’imprimatur della chiesa che non lo ha mai ripreso nemmeno per  un rabbuffo. In campagna elettorale, ad un comizio, è apparso anche un cartello tirato su da cattolici praticanti con la scritta: «santo subito».
Quando la Chiesa perde per strada la profezia, non potrà che trovare strade piene d’immondizia di cui la tv spazzatura è solo un sintomo. Come prete cattolico, non posso perdere la speranza e men che meno posso negarla ai ragazzi. Ad essi è affidata la fiaccola della ripresa e dell’orgoglio perché sono loro che devono oggi assumersi l’incarico di educare gli adulti ad un mondo di verità e di coerenza che solo i giovani sono capaci di vivere fino in fondo con coraggio e passione. Ecco perché concludo dicendo con convinzione che tutto ciò che ho descritto non può essere né sarà mai il sintomo di una metastasi irreversibile. 


Paolo Farinella, prete
Genova, febbraio 2007.


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