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Paolo Moiola
Contro le guerre e il dio-profitto (settembre 2001)

Genova 2001 - Il G8 del governo Berlusconi

MA LA VIOLENZA E LE BUGIE
NON FERMERANNO I SOGNATORI

GENOVA, 21 luglio 2001 - "Vedrete, domani saremo tutti dei criminali". Sul pullman che ci riporterà a casa si respira un’atmosfera pesante. Delusione, sconcerto, malinconia sono i sentimenti più diffusi. Qualcuno è più ottimista: "Ma no. Sapranno distinguere. Le violenze di certe multinazionali non fanno dimenticare che altre imprese lavorano con coscienza. Le esecuzioni capitali degli Usa non fanno dire che tutti gli statunitensi sono dei barbari. I teppisti degli stadi non vengono confusi con i tifosi veri. Sì, sapranno dividere chi è venuto per contestare con una maglietta colorata, uno striscione, uno zainetto pieno soltanto di acqua e panini".
Alcuni di noi sono stati in cima al corteo dei duecentomila (o più) manifestanti, venuti da ogni regione d’Italia e da decine di altri paesi (Francia, Grecia, Spagna, Inghilterra, ecc.). "Il corteo si è trovato spezzato in due tronconi. Piovevano candelotti lacrimogeni sulla gente. Molti, impauriti, indietreggiavano, incrementando il panico. Altri riuscivano a mantenere il controllo, alzando le mani imbiancate e gridando "Calmi, calmi. Non scappate". Abbiamo visto gruppetti di tute nere, sbucati all’improvviso da chissà dove, dare l’assalto a banche e negozi. Con sassi, spranghe, bastoni, calci. Chi doveva fermare questi teppisti scatenati? Dove erano le forze dell’ordine?".
"A tirare i loro lacrimogeni sui pacifisti", grida qualcuno dal fondo del bus; "a difendere George il texano", aggiunge un altro; "ad ammirarci dall’alto", ironizza amara una signora, riferendosi agli elicotteri che, per tutto il giorno, hanno volteggiato sulle teste dei manifestanti.
Il pullman entra a Torino poco dopo la mezzanotte. I saluti sono veloci. Stremati nel fisico e nello spirito, tutti vogliono tornare a casa. Ma - questo è certo - nessuno si è pentito della scelta operata, né smetterà di sognare un mondo diverso dall’attuale.

Domenica, 22 luglio. Le previsioni si stanno avverando. Alcuni quotidiani e diverse televisioni si scatenano in un impudico travisamento dei fatti. Che tristezza leggere: "Vogliono cambiare il mondo. Così hanno cambiato Genova" (prima pagina de il Giornale). E Libero di Vittorio Feltri rincara la dosa: "Sono solo dei criminali. I pacifisti devastano e incendiano Genova". Si dà fondo al dizionario degli insulti: lanzichenecchi, nazi-comunisti, terroristi, rivoluzionari deliranti, mandria allo sbando, catto-comunisti, turisti della violenza, pessimi alunni di cattivi maestri. Chissà come si sentirà la ragazza di Mani Tese, l’ambientalista del Wwf, l’iscritto della Fiom, la signora francese di Attac, il comunista greco o il missionario della Consolata?
Sui canali televisivi scorrono le devastazioni del "popolo di Seattle" e i sorrisi di circostanza degli otto cosiddetti "grandi" che, nei palazzi della città proibita (la famigerata "zona rossa"), raccontano alla stampa mondiale cosa hanno deciso in questa tre giorni di discussioni. "Abbiamo lavorato per il bene dell’umanità". Ci sarà un fondo per la lotta all’Aids, alla malaria, alla tubercolosi (3 mila miliardi di lire, poco più di un’elemosina). Per ridurre la povertà (e aumentare i profitti delle multinazionali), i commerci saranno ancora più liberi. C’è l’ennesima promessa di aiutare l’Africa. Nessun accordo, invece, sul trattato di Kyoto, sullo sviluppo diseguale, sulle energie rinnovabili, sullo scudo stellare di George il texano, sulla cancellazione totale del debito. Della finanza speculativa e della "Tobin Tax" non si è parlato perché, come si dice, non erano temi in agenda. Insomma, ancora una volta, tante chiacchiere, ma pochissimi risultati. Ma che importa? I cattivi sono gli altri. Le banche devastate, le vetrine infrante, le auto bruciate, la città messa a ferro e fuoco sono lì a dimostrarlo. Il mondo può andare avanti così.

Paolo Moiola

 


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