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Paolo Moiola
La stanza degli ospiti (Ottobre 2004)

 

L'Italia ai tempi di Berlusconi
Così sparlò Fini su San Francesco
Mancava una perla alla collana dell’idiozìa governativa e vi ha provveduto il vice capo del governo Gianfranco Fini, fascista per nascita, formazione e cultura. Il 4 ottobre dell’anno 2004 dalla basilica del Sacro Convento, in Assisi, rivolgendo il tradizionale «messaggio agli Italiani», riservato ad un membro del governo italiano, per la festa di San Francesco patrono d’Italia, si è lanciato in una avventura più grande di lui: ha preteso fare l’esegesi (= tirare fuori) del pensiero di San Francesco per giustificare il suo attacco ai pacifisti, la guerra preventiva diventa guerra di difesa e annettere il Santo alla miope politica del governo. Egli ha fatto una perfetta eisegesi (=mettere dentro). “Nemo dat quod non habet” (nessuno può dare quello che non ha) dicevano gli antichi e Fini non può dare quello che non è: cristiano e tantomeno francescano. Forse bisogna ricordargli l’altro detto popolare: gioca coi fanti e lascia stare i santi!

 

Fini, dunque, ci ha voluto fare una maschia omelia, mentre più platealmente, è riuscito a fare una omelette davanti al Custode del Sacro convento e altri frati che sono stati zitti, senza scomporsi di fronte alle scempiaggini del vice capo del governo. Se fossi stato presente, lo avrei interrotto e lo avrei invitato gentilmente a non dire cose di cui non è competente. 

Come un piccolo Zaratustra in 16° crede di essere geniale, ma riesce ad essere ed ad apparire soltanto ridicolo: “La regola francescana intende proibire non tanto l’uso delle armi, ma la violenza e l’aggressione… San Francesco fu per davvero un operatore di pace. Portò la pace tra i ceti sociali, fra città e città e fra clero e popolo. La pace era da lui desiderata come un mezzo, non come un fine. Questo è provato dal fatto che non condannò mai la legittima difesa sia dei singoli che delle comunità. Francesco e i suoi successori non fecero mai opera di dissuasione dal portare le armi per difendere i deboli e gli umili. Né lo fece presso i cavalieri del Sacro Sepolcro”. - (Adnkronos da Assisi, 4 ottobre 2004).

A Fini consigliamo di consigliare ai suoi consigliori di documentarsi prima di scrivergli i discorsi, altrimenti finisce per fare brutta figura, anche se di questo nulla gliene cale, essendo un politico scafato e sempre abbronzato (nel senso di bronzo). Sarebbe oltremodo facile ribaltargli tutte le stupidaggini dette, citando a piene mani da Fonti Francescane, Movimento Francescano, Assisi 1978, pp. 1-2827 che riportano tutti i testi ufficiali e le cronache del primo secolo francescano. Non lo facciamo perché Fini non capirebbe la forma letteraria dell’italiano del XIII secolo. Ci limitiamo solo ad una osservazione di tipo filologico simbolico: Nelle Fonti la parola "armi" ricorre solo due volte: una volta nella Leggenda maggiore di san Bonaventura da Bagnoreggio (n.1179/3, p.920) e una nello Specchio di perfezione (n. 1737/49, p. 1352). Il primo è riferito alla lotta contro il “nemico” che sono i diavoli tentatori, mentre il secondo per scoraggiare i superiori a comandare a colpi d’ubbidienza “giacché l’autorità del comando in un superiore irragionevole che altro è, se non una spada nella mano di un pazzo?” (ibid.). Quando parla di “armatura” , sempre nella Leggenda maggiore di san Bonaventura da Bagnoreggio (n.1086/1, p.871) si riferisce all’ “armatura della croce”.

Resta l’insegnamento di Francesco: quando chi governa è irragionevole, il suo potere è una spada in mano ad un pazzo, il quale agisce per la distruzione di massa, esattamente come il governo italiano, perché solo un governo diretto da pazzi megalomani poteva impantanare un Paese in una guerra, tra l’altro, fuori da ogni diritto di qualsiasi genere.

Non sapendo più a che santo votarsi, tutti i santi sono buoni per racimolare una scappatoia non troppo disonorevole, nel tentativo di cadere in piedi, ora che anche l’America sta cercando la via di venirsene fuori dall’Iraq.

Vorremmo invitare Fini a leggersi nelle citate Fonti Francescane, il capitolo XXI de I Fioretti di San Francesco, pp.1500-1503, dove si narra della conversione del lupo di Gubbio che da feroce divenne mansueto. A volte i miracoli avvengono e anche i lupi rapaci depongono le armi. Auguri, deputato Fini!

 

Paolo Farinella

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