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Paolo Moiola
Guerra e pace (maggio 1999)
BILL, SLOBO E LA GUERRA «GIUSTA»


Una grande bandiera a stelle e strisce e sopra di essa queste parole: «1999. Fuga dalla violazione dei diritti umani in Usa. Pena di morte, abusi della polizia, violenze nelle carceri. Negli Stati Uniti i diritti umani non hanno libertà». Propaganda di Slobodan Milosevic? No, di Amnesty International.
Ancora una volta l’Europa non ha saputo smarcarsi dalla logica di guerra che anima l’unica potenza mondiale rimasta in attività. In Serbia, come ieri in Iraq, per punire un dittatore, si colpisce e umilia un intero popolo, che per reazione istintiva si stringe attorno al proprio «condottiero» contro l’aggressore esterno. Ma il conflitto con Slobodan Milosevic è più devastante di quello con Saddam Hussein, perché combattuto nel cuore del vecchio continente.
Trattori carichi di vecchi, donne e bambini spaventati; racconti di stupri etnici e violenze inimmaginabili. Televisioni e stampa fanno a gara per convincerci che questa sia una guerra giusta e inevitabile. Ma i due aggettivi non reggono alla prova dei fatti.
La Nato, che in realtà sarebbe un’alleanza militare a carattere difensivo, ha fermato il genocidio dei kosovari? Non solo non lo ha fermato, ma ha contribuito in maniera determinante alla distruzione del Kosovo e all’apocalisse dei profughi. E dov’erano l’Onu e il segretario Kofi Annan quando c’era bisogno di loro? Sono rimasti alla finestra per 17 lunghi giorni: per impotenza, incapacità e (non ultima) per cattiva volontà. Quanto si poteva fare con le iperboliche cifre spese per questa guerra devastante? Probabilmente si sarebbero potute aiutare le popolazioni di Kosovo, Albania e Macedonia a uscire, in maniera definitiva, dalla loro condizione di povertà.
Altri dubbi vagano nella mente: perché non si è bombardata Ankara che da anni massacra i kurdi? forse perché le milizie del Pkk (Esercito di liberazione del Kurdistan) sono composte da terroristi, mentre quelle dell’Uck (Esercito di liberazione del Kosovo) da combattenti per la libertà?
Che bello sarebbe se un giorno l’Italia, l’Europa, il mondo avessero il coraggio di rispondere all’interessato protagonismo degli Stati Uniti: «No, grazie». Che bello sarebbe se la Nato venisse sciolta (come accaduto per il Patto di Varsavia, attorno al quale si raccoglievano l’Unione Sovietica e i paesi comunisti dell’Est europeo) e se le Nazioni Unite diventassero un’organizzazione seria.
In aprile ho ricevuto una lettera da un’amica che, accusata di terrorismo, ha conosciuto il carcere in un paese latinoamericano. Parlando del Kosovo, lei scrive: «Tutti dicono sempre che la loro guerra è legittima, santa e giusta. Ma, santa o giusta che sia, la guerra non serve mai, neanche un poco, a trasformare (in positivo) il precedente (ingiusto) stato di cose». Quanto ciò sia vero lo abbiamo sotto gli occhi.
Paolo Moiola

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