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Paolo Moiola
Guerra e pace (luglio 1999)
Cosa rimane dopo una guerra assurda e devastante

CHE DIO PROTEGGA GLI STATI UNITI?

Settantacinque giorni di follia. Con tanti sconfitti: prima di tutto le popolazioni balcaniche, poi l’Onu e l’Europa, umiliati dagli Stati Uniti. Ora Clinton, Blair e gli altri ricostruiranno la regione balcanica? O dobbiamo pensare che i soldi c’erano soltanto per le bombe?

E ora domandiamoci: a che è servita questa guerra? Tutto possiamo dire, fuorchè essa abbiamo portato qualche risultato positivo. Il seme dell’odio è stato distribuito a piene mani. Il popolo kosovaro è stato strappato alla sua terra (già povera, oggi distrutta) e vive in campi-profughi dei quali, tra poco, nessuno più si ricorderà. Il popolo serbo è rimasto senza lavoro e isolato perché sono state colpite le fabbriche, le fonti di energie, le vie di collegamento.
Il problema del Kosovo era conosciuto da tempo. Ma nessuno ha mai dato ascolto alla richiesta di aiuto che proveniva da Ibrahim Rugova e dal suo partito nonviolento.
La subordinazione, la sudditanza, per non dire il servilismo nei confronti degli Stati Uniti sono per l’Europa una vergogna seconda soltanto alla vergogna del conflitto. Diamo qualche informazione aggiuntiva su questo grande paese, che si è autonominato giudice unico delle cose del mondo.

Gli Stati Uniti non hanno mai firmato né la convenzione per la messa al bando delle mine (marzo 1999), né quella sull’istituzione di un «Tribunale internazionale per i crimini contro l’umanità» (1998). Da anni cercano di affossare l’Onu con una semplicissima politica: non versare i contributi cui sarebbero tenuti. In ogni caso, delle Nazioni Unite se ne infischiano: nel 1998 hanno bombardato il Sudan, l’Afghanistan e l’Irak, senza nemmeno il disturbo di chiedere un’autorizzazione. Facendo una considerazione più nostrana, vogliamo dimenticare la strage del Cermis (febbraio 1998)? Venti vittime causate da un aereo pilotato da marines statunitensi che giocavano a fare evoluzioni a poche decine di metri da terra. Ebbene, gli americani prima hanno mandato assolti i responsabili, poi non hanno avuto ritegno a negare finanche l’indennizzo economico alle famiglie delle vittime.
Abbiamo concesso che il nostro territorio diventasse una base militare senza battere ciglio. A mo’ di ricompensa gli aerei dell’alleanza hanno scaricato bombe nell’Adriatico senza neppure l’accortezza di avvisarci. Né prima né dopo.
E allora diciamola tutta: sarebbe stato così disdicevole per l’Italia opporsi all’aggressione della Nato (che sarebbe un’alleanza a carattere difensivo) e battersi per un intervento dell’Onu? Una decisione di questo tipo avrebbe provocato le reazioni (sicuramente «sdegnate») di Bill Clinton e Tony Blair, della maggioranza dei leaders politici italiani (di destra e di sinistra) e di molti autorevoli opinionisti. Ma, d’altra parte, sarebbe stato un atto di coraggio da libro di storia e allo stesso tempo rispettoso del diritto internazionale e della nostra costituzione. Siamo sicuri che gli italiani (tra l’altro, di gran lunga i più generosi nell’aiutare concretamente i profughi kosovari) non avrebbero apprezzato un siffatto atteggiamento, libero dai dicktat di Washington? Invece, i pacifisti sono stati fatto oggetto di disprezzo e dileggio: sostenitori di Milosevic, traditori dell’Occidente, stupidi sognatori, «bastardi comunisti». Sugli schermi televisivi e sulle pagine dei grandi giornali gli unici «pacifisti» a cui si è dato spazio sono stati quelli dei «centri sociali», ripresi a lanciare sassi...

Si è parlato di guerra giusta, inevitabile, moralmente ineccepibile. Perché questi aggettivi non si sono uditi in occasione delle tante guerre africane (Rwanda, Burundi, Sudan, Grandi Laghi, Algeria o il recentissimo conflitto tra Eritrea ed Etiopia) o del conflitto tra India e Pakistan per il Kashmir? Per non dire della guerra civile nel Kurdistan, dove la Turchia dal 1984 massacra impunemente i kurdi e quei terroristi del Pkk. Senza dimenticare che Ankara occupa la parte nord dell’isola di Cipro, dopo aver scacciato senza complimenti i greco-ortodossi. Ma la Turchia è un indispensabile alleato della Nato e dunque ad essa tutto è permesso, anche un processo-farsa al leader kurdo Ocalan.
Dimentichiamo (solo per un momento) i costi in vite umane, soffermandoci sui costi economici di questa guerra. Talmente alti da far girare la testa. Con le somme sperperate quanto si sarebbe potuto fare nei paesi poveri? Tanto, tantissimo. Ma ipotizziamo che di quei paesi a noi occidentali non importi granchè. Con quelle cifre quanto si sarebbe potuto fare, nei paesi del primo mondo, contro la disoccupazione dilagante, i tagli alla spesa sociale e alle pensioni? In tempi di trionfalismo neoliberista è strano che sia passato un atteggiamento tanto antieconomico.
Ipotizziamo ancora che l’Occidente riesca a porre rimedio ai danni economici di casa propria. Chi ricostruirà il Kosovo, la Serbia, il Montenegro? Chi aiuterà la Macedonia e l’Albania? Forse Bill Clinton e Tony Blair aumenteranno le tasse ai propri sudditi?
Paolo Moiola


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