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Paolo Moiola
Interviste (--1997)
Haiti, ai tempi di Aristide

Una democrazia senza pane

Hanno atteso 30 anni per ottenere la libertà. Oggi sette milioni di haitiani chiedono anche di essere liberati dal bisogno. Ma l'impresa è ardua. Il paese deve importare persino il riso, principale prodotto di sostentamento. Lo stato non è in grado di fornire neppure i servizi di base. Nei campi della sanità e dell'educazione esso deve essere surrogato dalle organizzazioni religiose e da quelle non governative. Intanto, mentre la gente lotta per la sopravvivenza, i politici maneggiano con troppa disinvoltura le fragili istituzioni democratiche. E l'ex-presidente Jean-Bertrand Aristide annuncia la sua candidatura per le presidenziali del 2000. Questa intervista esclusiva con il capo di stato haitiano è avvenuta all'indomani delle dimissioni del primo ministro.

di Marco Bello e Paolo Moiola

PORT-AU-PRINCE. Pochi, ad Haiti, credono in lui. È incapace di prendere qualsiasi decisione, dicono i più. I maligni sostengono invece che egli sia un fantoccio nelle mani di Aristide, l'influente e ambizioso ex-presidente. Ci raggiunge in un ampio salone del palazzo nazionale, tra specchi e comodi divani bianchi. Entra quasi di corsa, il presidente dal sorriso facile e dalle poche parole. Statura bassa, barba curata, René Préval è in carica dal 7 febbraio 1996, quando, per la prima volta, gli haitiani assistettero al passaggio di potere tra due presidenti democraticamente eletti.

Presidente Préval, le condizioni economiche e sociali del paese sono drammatiche. Cosa sta facendo lo stato per mutare questa situazione?
Stiamo facendo la riforma economica. Una riforma che tiene conto delle esigenze sociali del nostro popolo. Per attuarla è però indispensabile l'aiuto della comunità internazionale.

Haiti sta seguendo la strada di un modello economico neoliberista, nel quale lo stato interviene il meno possibile. È una scelta o una necessità imposta dalle istituzioni internazionali come la Banca mondiale e il Fondo monetario internazionale? Non ritiene che così facendo si corra il rischio di aumentare la miseria?
In generale, credo che lo stato debba disimpegnarsi dalla produzione di beni e servizi, mantenendo il controllo solo sulle infrastrutture, come ad esempio telefoni ed elettricità. Deve, inoltre, instaurare un sistema di tassazione sui profitti delle imprese in modo da reperire i mezzi finanziari per aiutare la popolazione.

Non pensa che i servizi primari come la sanità e l'educazione dovrebbero essere forniti dallo stato?
In questo momento, noi non abbiamo i soldi necessari per investire nei servizi sociali. Per questo chiediamo al settore privato di assumersi quest'onere. Il bilancio statale è coperto per più della metà da finanziamenti internazionali.

Da chi provengono questi aiuti?
In primo luogo dall'Unione Europea, seguita dalla Banca mondiale e dalla Banca interamericana di sviluppo. Il vostro paese contribuisce tramite l'Europa. Ma questi capitali stranieri non finiscono con il creare una pericolosa dipendenza? Io penso che tutti lavorino nei loro interessi. Da parte nostra, noi negoziamo per ottenere le migliori condizioni, proteggendo l'economia haitiana. È ovvio che nessuno offre denaro per niente, ma per ottenere dei vantaggi. Bisogna dire che le istituzioni internazionali aiutano i paesi poveri con tassi di interesse relativamente bassi, circa l'1,5%. Anche le condizioni di restituzione sono favorevoli.

Quali sono i paesi con i quali Haiti ha i migliori rapporti economici?
Gli Usa sono il nostro maggior partner commerciale, sia per le esportazioni che per le importazioni. Un anno fa abbiamo anche ripreso le relazioni diplomatiche con Cuba, ma i rapporti commerciali sono ancora nulli. L'Italia è lontana, ma forse nel campo turistico ci potrebbero essere delle opportunità. Nella confinante Repubblica Domenicana e nella vicina Cuba gli italiani sono presenti in massa. Dunque non è questione di distanza geografica. Il problema vero è la mancanza di infrastrutture, dalle strade ai telefoni... Per il momento abbiamo lavorato a livello di normativa, affinché gli investitori si sentano protetti dalla legge. Per quanto riguarda le infrastrutture, i mezzi economici ancora mancano.

Se si eliminassero i problemi strutturali, cosa potrebbe offrire Haiti a un potenziale investitore?
Haiti è un paese povero e quindi è pronto ad accogliere a braccia aperte gli investitori stranieri. Solo per fare un esempio, ci sarebbero molte opportunità nel campo tessile. Ma anche in settori come la produzione di energia e le telecomunicazioni. L`agricoltura è fondamentale per Haiti. Eppure il paese è costretto ad importare una grande quantità di prodotti alimentari. In futuro, sarà possibile aumentare la produzione fino all'autosufficienza? Purtroppo, siamo costretti ad importare il 50% dei nostri prodotti di prima necessità. L'autosufficienza è possibile, ma ci vogliono molti investimenti. Per l'irrigazione, per le strade, per permettere ai contadini di produrre e venire nelle città a commerciare i loro prodotti.

Che rapporto c'è tra lo stato haitiano e la chiesa?
La nostra costituzione dice che lo stato non ha una religione ufficiale. Ogni cittadino può frequentare la chiesa che preferisce. In realtà, noi abbiamo un rapporto privilegiato con la chiesa cattolica. Ad Haiti le congregazioni religiose hanno un ruolo molto importante nei campi dell'educazione e della sanità. È vero. L'educazione è assicurata per l'80 per cento dai privati. In quest'ambito la chiesa, sia cattolica che protestante, fa molto. Anche nella sanità la chiesa, assieme alle organizzazioni non governative, è in prima linea. Il sistema giudiziario è in grave crisi.

State facendo qualcosa per migliorarlo?
Avremmo dovuto fare con la giustizia la stessa cosa che facemmo con l'esercito. Questo è stato soppresso e sostituito con una nuova polizia civile. Ma se i poliziotti possono essere addestrati in 4 mesi, lo stesso non può farsi con i magistrati. Il cambiamento nella giustizia sta avvenendo molto più lentamente.

Passando alla politica, cosa ci può dire sulle divisioni inter> (il movimento politico, composto da organizzazioni popolari, che nel '90 portarono alla presidenza Jean-Bertrand Aristide, primo presidente haitiano democraticamente eletto, ndr) e della delusione popolare testimoniata dalla scarsissima partecipazione alle elezioni?

Se in una famiglia c'è molta miseria, è più facile che possano nascere dei conflitti.



La gravità della situazione haitiana è la causa delle divisioni in Lavalas. E se invece fosse la fame di potere a creare divisioni e conflitti? Quando ci sono difficoltà, in molti ritengono di avere la soluzione. E sono sicuri che potrebbero realizzarla se fossero al potere. Presidente Préval, ieri (9 giugno, ndr) il primo ministro Rosny Smarth ha rassegnato le dimissioni. Questo fatto aumenta le sue preoccupazioni? No, non sono preoccupato per le dimissioni del mio primo ministro. Lo sono per le divisioni che si sono create nel sistema democratico: sono queste che renderanno molto difficile la sua sostituzione. Con Smarth abbiamo fatto il massimo per la modernizzazione dell'economia. La mia preoccupazione non è la persona da scegliere, ma un nuovo programma. Qualsiasi primo ministro senza un adeguato progetto sociale, accompagnato dai relativi finanziamenti, avrà delle difficoltà. In Italia il suo predecessore, Jean-Bertrand Aristide, è ancora molto noto. Quali sono i suoi rapporti con lui, personali e politici? Ho mangiato a casa sua questa settimana. Ciò dimostra che i miei rapporti personali con Aristide sono molto buoni. A livello politico, lui ha creato un suo partito (Fanmi Lavalas, ndr) e presentato propri candidati. La gente è libera di votarlo oppure no. E questa è la democrazia. A proposito di democrazia, nelle recenti elezioni (6 aprile, ndr) due candidati di Aristide sono stati accusati di aver vinto con brogli... Queste contestazioni sono state presentate al Consiglio elettorale provvisorio. Spetta soltanto a quest'organo decidere sul corretto andamento del voto. In questi primi sedici mesi di mandato presidenziale, quali delusioni e soddisfazioni ricorda maggiormente? Non parlerei né di delusioni né di soddisfazioni. Il fatto di aver ben chiare in testa le difficoltà della situazione haitiana, mi ha dato quella consapevolezza indispensabile per evitare di fare il passo più lungo della gamba. Dunque, lei rimane un ottimista? Guardate, tre anni fa ero in esilio e oggi sono in questo palazzo. Ad Haiti ci sono la libertà di espressione e i partiti politici. La situazione è difficile, ma stiamo lavorando per migliorarla. Per tutto questo, posso dire che sì, io sono ottimista. Ancora un quesito sugli Usa, presidente. Sono stati loro a causare il colpo di stato del 1991; loro hanno riportato Aristide al potere: gli statunitensi sono i nuovi colonialisti di Haiti? Gli Stati Uniti hanno occupato questo paese per ben 19 anni. Ciononostante, ad Haiti, ancora non giochiamo a baseball. Uscendo dal palazzo, passiamo attraverso un ampio cortile interno. Qua e là ci sono automezzi del contingente delle Nazioni Unite. Mentre su un lato sono allineate ruspe e camions per la raccolta delle immondizie. Sulle loro fiancate, evidenti scritte celesti ci svelano che trattasi di un <>. Proprio come le auto della nuova polizia haitiana.

da Port-au-Prince Marco Bello e Paolo Moiola

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