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Paolo Moiola
Contro le guerre e il dio-profitto (giugno 2004)
Dal libro "La guerra, le guerre"

AMERICA LATINA

L’ECONOMIA COME GUERRA

di Paolo Moiola

Costitution Avenue, a Washington. Padre e figlio assistono alla parata militare del Memorial Day.
Passano battaglioni di soldati, carri armati ultramoderni, jet da guerra, missili di ultima generazione. Ad un certo punto, il piccolo John nota, nel bel mezzo della sfilata, 10 uomini vestiti in abito grigio, ognuno con un portafogli. Stupito, si volge verso il padre e gli domanda: "Papà, perché sfilano anche questi 10 uomini?".
"Questi uomini - spiega il genitore - sono economisti". E il ragazzino di rimando: "E che ci fanno degli economisti in una parata militare?". Risponde allora il padre: "Figlio mio, non ti puoi immaginare il danno che possono fare 10 economisti insieme..." (1).
Ne sa qualcosa l’Argentina, la seconda economia del Sudamerica dopo il Brasile. Dal 1991 al 2001, durante il decennio di Carlos Menem, Buenos Aires ha sperimentato un neo-liberismo selvaggio fatto di privatizzazioni, smantellamento dello stato, deregulation dell’economia. Il "Fondo monetario internazionale" (Fmi) indicava l’Argentina come un modello da imitare.
Il castello crollò alla fine del 2001, travolgendo tutto il paese. L’Argentina si ritrovò con un debito di 141 miliardi di dollari, una disoccupazione superiore al 30% e 14 milioni di persone (su 36) precipitate sotto la soglia della povertà.
Ma come - ci si chiese - quel paese non era un modello da imitare? All’inizio di agosto 2003 arriva un’ulteriore sorpresa. Un’inchiesta del Washington Post (2) mette nero su bianco quanto altri (meno potenti e per questo inascoltati, quando non ridicolizzati o insultati) avevano più volte detto o scritto.
"L’Argentina non cadde da sola" ha scritto in prima pagina il quotidiano statunitense. E ha accusato Wall Street, la più grande piazza finanziaria del mondo, di essere corresponsabile nella caduta di Buenos Aires: da una parte avendo consapevolmente occultato i profondi squilibri del paese, dall’altra avendo imbrogliato gli investitori, grandi e piccoli, spingendoli a comprare azioni e obbligazioni argentine.
Banche d’investimento, finanzieri, analisti, gestori di fondi, speculatori vari hanno lucrato alle spalle di un intero paese. Nessun responsabile di Wall Street pagherà per questo. Anzi, il Fondo monetario internazionale è tornato in Argentina per far visita a Nestor Kirchner, eletto presidente tra lo scetticismo generale. Il nuovo inquilino della Casa Rosada ha affrontato con fermezza i rappresentanti dell’Fmi ribadendo che "l’Argentina non pagherà i debiti al prezzo della crescita economica e della fame della sua gente". Speriamo sia veramente così, perché gli argentini hanno già pagato. Purtroppo, le capacità di convincimento (ma sarebbe meglio dire di ricatto) dell’Fmi rimangono notevoli.
"Quella del Fondo monetario internazionale - scrive Jean Ziegler (3) - è una democrazia di tipo particolare. I 183 stati membri votano ognuno secondo il proprio potere finanziario: one dollar, one vote. Questo fa sì che gli Stati Uniti detengano da soli il 17 per cento dei voti". In quanto "azionista di maggioranza" dell’Fmi, Washington ha dunque molta influenza sui paesi latinoamericani. Ma non è tutto qui. Anzi...

DALLE CENERI DELLA DOTTRINA MONROE
Fu il quinto presidente degli Stati Uniti, James Monroe, ad enunciare (era il 2 dicembre 1823) le linee generali della condotta del suo paese in campo diplomatico. Secondo questa teoria, gli Stati Uniti non potevano tollerare che i paesi "del proprio cortile" (4) avessero governi o ideologie ad essi "contrastanti" o comunque "non gradite".
La "dottrina Monroe" fu in seguito perfezionata, dal punto di vista teorico, da Theodore Roosevelt (nel 1901-’09) e da Franklin D. Roosvelt (nel 1933-’45). L’idea era di controllare il continente latinoamericano per tenere a distanza possibili minacce (in pratica, l’Unione Sovietica) alla sicurezza degli Stati Uniti.
In base a queste considerazioni, Washington intervenne pesantemente nei paesi latinoamericani (5). Per esempio, in Guatemala nel 1954 contro il governo democratico di Jacobo Arbenz, in Brasile nel 1964 contro il laburista João Goulart, in Cile nel 1973 contro il socialista Salvador Allende. "In effetti - scrive il professor Wayne S. Smith, già diplomatico a Cuba -, la minaccia (sovietica) fu grossolanamente esagerata dai dirigenti statunitensi" (6).
Crollata l’Unione Sovietica e finita la "Guerra fredda", oggi il controllo di Washington sui paesi dell’America Latina avviene soprattutto (anche se non esclusivamente) attraverso le leve dell’economia.
Per gli Stati Uniti, ormai da qualche anno, l’economia latinoamericana significa soprattutto Alca ("Area de libre comercio de las Americas"). Concepito a Miami nel 1994, il progetto dovrebbe comprendere 34 paesi per un totale di 800 milioni di persone: diverrebbe la più grande area di libero commercio del mondo. Ma sui benefici che l’Alca apporterebbe ai paesi latinoamericani ci sono molti dubbi.
Molti (soprattutto nella società civile) temono che l’Alca si trasformi in un’annessione coloniale da parte degli Stati Uniti. I timori sono suffragati dalle conseguenze prodotte dai trattati di libero commercio già entrati in vigore.
Con l’apertura la produzione locale di alimenti primari tende a sparire e ad essere sostituita dalle importazioni dagli Stati Uniti (più convenienti a causa dei sussidi governativi). Ciò incrementa la disoccupazione (e la povertà) tra la popolazione rurale, che si vede costretta ad emigrare verso le città, aumentandone i già gravi problemi.
Un esempio, tra i tanti possibili. Nel 1885 il Salvador importava il 14% dei suoi alimenti, oggi arriva al 45%; tre quarti del mais e del riso consumati nel paese arrivano dagli Stati Uniti.
I trattati di libero commercio (assieme agli aggiustamenti strutturali imposti dall’Fmi) producono un’altra conseguenza sulle strutture agricole locali: il passaggio a colture da esportazione. Anche in questo caso non ci sono benefici per la grande maggioranza della popolazione. A guadagnarci sono le ristrette élite locali (o le multinazionali straniere) e la ricchezza invece di distribuirsi si concentra ancora di più, accentuando le già enormi disparità sociali.
Gli Stati Uniti vorrebbero che l’Alca entrasse in vigore già nel 2005.
Da questo "paradiso" del libero commercio rimarrebbe esclusa soltanto Cuba, che da decenni fa arrabbiare Washington (che però mantiene sull’isola la base militare di Guantanamo, oggi al centro dell’attenzione di Amnesty International e altre associazioni per i diritti umani a causa delle condizioni in cui vengono tenuti i prigionieri della "guerra al terrorismo"). Al riguardo vale la pena di ricordare quanto scritto dall’"Economist" (7). Secondo il settimanale britannico (considerato la "bibbia" del capitalismo mondiale), l’inutile embargo statunitense finisce per rafforzare il vecchio autocrate, trasformandolo nel difensore dell’orgoglio cubano e offrendogli una scusa per i fallimenti del suo sistema economico.

TRA IMMUNITÀ E IMPUNITÀ
L’economia è usata anche come strumento di pressione per influenzare scelte politiche. Ne è un esempio la vicenda che coinvolge l’amministrazione statunitense e la neonata "Corte penale internazionale" per crimini di guerra, lesa umanità e genocidio. Lo statuto di Roma, che nel 1998 ha sancito la nascita dell’organismo, è stato firmato da 139 paesi e ratificato da 90 (al luglio 2003).
Nel maggio 2002, a due mesi dall’entrata in vigore dell’accordo, gli Stati Uniti hanno ritirato la propria adesione iniziando una "sfida inquietante nei confronti della Corte" (le parole sono di Amnesty International) (8).
Nel frattempo il Congresso statunitense ha approvato l’"American Service Members Protection Act" (Aspa). L’articolo 98 dell’Aspa protegge il personale statunitense all’estero da qualsiasi indagine posta in essere dalla Corte penale internazionale.
Gli Stati Uniti hanno quindi minacciato di tagliare gli "aiuti" (in larga misura militari) a tutti quei paesi che non accettano di sottoscrivere l’Aspa, sottraendo in tal modo alla giurisdizione del Tribunale internazionale il personale statunitense. A luglio 2003 erano 51 i governi che avevano accettato il diktat di Washington (tra essi, Bolivia, El Salvador, Honduras, Nicaragua, Panama, Repubblica Domenicana e Argentina) e 35 quelli che avevano rifiutato (tra cui, Brasile, Belize, Colombia, Costa Rica, Ecuador, Perù, Uruguay, Venezuela e le nazioni anglofone dei Caraibi).
Ma non è tutto. L’irritazione e lo scontento dell’America Latina nei confronti della politica degli Stati Uniti si è palesato, di nuovo e clamorosamente, a giugno 2003 in Cile. Durante l’annuale riunione dell’"Organizzazione degli stati americani" (Osa), il candidato proposto dagli Stati Uniti per la "Commissione interamericana dei diritti umani" (Cidh) non è stato eletto. Pertanto, la Commissione, per la prima volta da quando fu creata (nel 1959), non avrà un rappresentante degli Usa (9).

DEBITO ESTERO E DEBITO ECOLOGICO
Si sa che cifre e statistiche andrebbero sempre interpretate ed analizzate con attenzione. Tuttavia, possono essere utili per dare un’idea sintetica della grandezza dei problemi. In America Latina su 520 milioni di abitanti 224 milioni (pari al 43%) vivono in povertà e di questi 93 milioni nell’indigenza (10). D’altra parte, il debito estero della regione ammonta a 790 miliardi di dollari (141 miliardi per la sola Argentina). Ciò significa che ogni latinoamericano deve in media ai creditori del nord 1.520 dollari (11).
Nessuna organizzazione internazionale o nessun paese ricco ha pensato di rimborsare il "debito ecologico" contratto dai paesi occidentali nei confronti di quelli del Sud. Il debito ecologico è l’insieme dei "passivi ambientali" prodotti dallo sfruttamento delle risorse naturali, come ad esempio: i danni causati dalle miniere, dall’estrazione petrolifera, dal disboscamento, dalla perdita di biodiversità, dalla biopirateria.
I soliti economisti obiettano che esso è difficilmente calcolabile. Ma in America Latina sono sempre di più coloro che sostengono che l'ammontare dovuto dai paesi industrializzati per lo sfruttamento delle risorse naturali e per i conseguenti danni supererebbe il debito estero della regione (12). Peccato che quest’ultimo venga preteso, mentre quello ecologico non sia neppure riconosciuto.
"Perché - si domanda monsignor Luigi Bettazzi (13) - non contare le vittime dell’inquinamento (dell’aria, dell’acqua, dell’ambiente), causato dal libero sviluppo delle nazioni più ricche, che pensano solo alla vita e al futuro dei propri cittadini (in particolare, anche qui, dei più fortunati) ignorando le ricadute inevitabili sui territori e le popolazioni meno fortunate?".

"VITTIME DELLA NOSTRA LIBERTÀ"
Un’America Latina con una sola vera guerra (in Colombia), ma con tutti i paesi percorsi da forti fibrillazioni sociali e politiche (si vedano le tabelle), che a volte degenerano in sommosse e violenze.
Povertà diffusa, debito estero insostenibile, debito ecologico non riconosciuto, adesione forzosa a trattati commerciali ultraliberisti (e conseguente asservimento alle leggi di mercato), pesanti condizionamenti da parte degli organismi finanziari internazionali (Fondo monetario internazionale, Banca mondiale) e degli Stati Uniti: tutto questo produce nei paesi dell’America Latina una situazione altamente instabile.
Ha scritto lo scrittore uruguagio Edoardo Galeano in uno dei suoi libri più famosi (14): "Il sottosviluppo non è una tappa dello sviluppo. È la sua conseguenza. Il sottosviluppo dell’America Latina proviene dallo sviluppo degli altri e continua ad alimentarlo".
Questo concetto che vede i popoli del Sud del mondo come "vittime della nostra libertà" è stato ribadito da monsignor Bettazzi: "Quante nazioni - ha scritto il prelato cattolico (15) - più potenti, che prima hanno colonizzato i popoli dominandoli con la forza, ora li dominano con lo sfruttamento delle risorse e con le leggi di mercato".

NOTE:
(1) La storia è raccontata in un articolo del periodico messicano Reforma e pubblicata in Italia dal bisettimanale Adista del 7 dicembre 2002.
(2) Inchiesta di Paul Blustein per il quotidiano Washington Post del 3 agosto 2003 dal titolo: "Argentina didn’t fall on its own. Wall Street pushed debt till the last".
(3) Jean Ziegler, La privatizzazione del mondo, Marco Tropea Editore, 2003.
(4) In inglese "backyard", in spagnolo "patio trasero".
(5) Si legga: William Blum, Il libro nero degli Stati Uniti. Tutti i misfatti d'America nei 4 angoli del globo dal 1946 al 2004, Fazi Editore; Mauro Pasquinelli, Il libro nero degli Stati Uniti d'America, Massari Editore. Ha scritto don Mario Bandera (Misna, 15 maggio 2004): "Ogni volta che si raccontava le nefandezze che si erano incontrate sulle strade dell'America Latina, si era tacciati di essere al soldo dei bolscevichi e pertanto anche la più cristallina delle testimonianze veniva rifiutata in quanto l'ottusità mentale di molti benpensanti era incapace di percepire che anche il sistema di potere americano generava mostri".
(6) Wayne S. Smith, Le relazioni Usa-America Latina dopo la dottrina Monroe? Un fallimento, in Latinoamerica n.1/2001.
(7) The Economist, 2 agosto 2003, pagina 11.
(8) Amnesty International, Rapporto annuale 2003, Edizioni della Meridiana, Firenze.
(9) Su Ideele, rivista peruviana edita dall’"Instituto de defensa legal" (Idl), dell’agosto 2003.
(10) Per definizione, è indigente la persona le cui entrate sono tanto basse da non coprire neppure le necessità alimentari di base.
(11) Dati Cepal ("Comisión economica para America Latina y el Caribe") riferiti al 2001.
(12) Joan Martinez, professore dell’Università autonoma di Barcellona.
(13) Mosaico di pace, mensile di Pax Christi, aprile 1999.
(14) Eduardo Galeano, Le vene aperte dell'America Latina, Sperling&Kupfer Editori, Milano 1997; Las venas abiertas de América Latina fu pubblicato per la prima volta nel lontano 1971, ma rimane un libro fondamentale per comprendere la storia e la realtà del continente latinoamericano.
(15) Luigi Bettazzi, La sinistra di Dio, Edizioni La Meridiana, Molfetta 1999.


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