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Paolo Moiola
Chiese e dintorni (aprile 2005)
Intorno alla morte del papa
Oltre ogni schematismo il "Grande Bisogno" del popolo

"3S": Simbolo, Senso, Silenzio

L’onnivora logica mediatica che tutto trita, alimenta e ripropone, sta lentamente scemando e si ritorna al quotidiano, con un senso di stupore e di amarezza. In questi giorni ho ricevuto centinaia di e-mail di ogni genere, di emozione e commozione, ma anche di critica e di rifiuto di tutto ciò che scorreva sul tubo catodico e sulle bande digitali delle tv, specialmente da parte di gruppi che vivono un rapporto conflittuale con la chiesa struttura e con ogni autorità religiosa in genere.

Le credenziali
Non credo di avere bisogno di credenziali (per chi mi conosce). Non ho carriere o prebende da difendere, ma sono libero di coscienza e di pensiero e mi sforzo di essere onesto, senza a priori. Ho scritto un articolo che sarà pubblicato a maggio sulla rivista Missioni Consolata dal titolo Anch’io ho voluto bene al papa (ma senza retorica) in cui esprimo il mio disagio per alcuni aspetti da voyeurismo che hanno connotato la gestione della malattia e della morte del papa. Non mi piace la folla di cui non ne ho mai fatto parte. La logica delle masse (anche quelle operaie) non mi ha mai corrotto, perché le folle oggi osannano e domani crocifiggono. L’altro ieri la folla gridava a squarciagola nelle piazze in difesa di Manipulite, inneggiando i giudici di Milano che mandavano in galera la congrega del malaffare e poi la stessa folla ha finito per votare i partiti berlusconiani, finiani, folliniani, bossiani, eredi diretti di quella congrega e quintessenza raffinata della cultura di Tangentopoli. Appunto: niente di nuovo sotto il sole, commenta Siracide.

Esegesi ed eisegesi
Su tutto ciò che è accaduto, ora cominciano le analisi e anche le critiche. Credo che si possano e si debbano fare alcune osservazioni oltre ogni preventivo e prevenuto preconcetto dal momento che la critica sull’accanimento mediatico delle condizioni del papa giunge anche da coloro che vivono dei media o scrivono sui media. Frequentando la Scrittura ho imparato la differenza tra esegesi che è fare emergere i sensi di uno scritto o di un fatto in quanto dato preesistente ed eisegesi che è il contrario e cioè immettere un dato posteriore, significati e sensi differenti dentro un fatto o una dinamica preesistente. Non credo sia un’operazione culturale lecita. Chi ha fatto questa operazione, si è posto sullo stesso piano del furore ossessivo dei media, in particolare quelli italiani, in specie la tv di Stato, che ci hanno fatto esalare anche l’anima insieme a quella del papa. Ciononostante, di fronte allo spettacolo delle folle piangenti e oranti sulle piazza e sulle strade del mondo, non è sufficiente parlare con sufficienza di papolatria e di chiesa-spettacolo. Sono categorie da invincibile complesso minoritario che hanno il sapore di un astio che non è un sentimento cristiano. Occorre coraggio per fare discernimento.

Lo scempio irriguardoso
Sono stato critico e lo sono ancora sull’accanimento mediatico, sull’ossessione edulcorata alla Vespa che sa arrivare fino al ludibrio della plageria sulla tv di Stato trasformata in una sacrestia, sui preti e i vescovi che invece di pregare con e per il papa facevano le veline da mane a sera, compresa la notte nell’agorà dei salotti pagani e lascivi, dove non si esita a mettere in mostra qualsiasi nudità, compresa quella della smorfie del papa, causate dal Parkinson. So bene che i media hanno alimentato un clima diffuso di psicosi di massa che poi hanno preso a pretesto per giustificarsi con lo straordinario spettacolo delle folle, inneggiando alla fede spontanea e al ritorno di religiosità con buona pace di tutti quegli infedeli laici e laicisti che si appigliavano alla ragione come ad una dea piatta, senza volto e senza seno. Conosco bene il godimento servile di Vespa che insieme al papa intendeva seppellire la ragione e quanti ad essa facevano riferimento. A me è parso che vi fosse una gara a gettarsi su quella bara per rubare uno strapuntino di visibilità.

Oltre l’apparenza… il popolo, i popoli
Tutto ciò detto e premesso, mi sono chiesto: queste folle sbagliano tutte insieme? Solo io ho la chiave giusta di lettura di un evento di queste proporzioni? Chi ricorda che è avvenuto lo stesso evento per la morte di papa Giovanni il 3 giugno del 1963, domenica di Pentecoste? Anche allora la folla popolò piazza San Pietro e le piazze del mondo. Le tv (in bianco e nero) ne diedero conto, ma senza l’ossessione spettacolare di oggi. Cosa ha spinto folle di giovani di uomini e donne che, in vita, hanno disatteso gli insegnamenti ufficiali del papa a fare ressa attorno al suo corpo morto senza vita? Che cosa ha motivato milioni di persone a muoversi senza causare il minimo incidente e a passare ore e notti in preghiera? Io stesso ho consigliato a non andare a Roma persone decise a partire, a qualsiasi costo: non importa – dicevano – vogliamo andare perché dobbiamo esserci, per dire anche con la sola presenza che gli siamo riconoscenti. Non importa se non possiamo arrivare a San Pietro, ci fermeremo alla Stazione Termini (già ribattezzata Stazione “Giovanni Paolo II”) per respirare quel clima. A me sembra che i codici per analizzare questo "accadimento" siano due: Simbolo e Senso.

Simbolo-Diavolo
Nella Scrittura, la parola simbolo deriva dal greco s_n-bòlon (symbàll_) = che è stato messo/gettato insieme. Originariamente era un coccio diviso in due mèta e consegnato a persone diverse come segno di riconoscimento e di autenticazione: chi metteva insieme le due parti di coccio facendole combaciare era riconosciuto come la persona attesa o indicata. In letteratura è una figura retorica che in quanto "rappresentazione figurativa di una realtà immateriale o non completamente afferrabile" (P.G. Müller, Lessico della scienza biblica, Queriniana, Brescia 1990, 197) unisce due elementi in se stessi estranei di cui uno diventa rappresentativo dell’altro. L’opposto di s_n-bolon è dià-bolon (diabàll_) = ciò che messo/gettato in mezzo/tra per dividere e separare. Da una parte il simbolo è il segno di unione e convergenza, dall’altra il diavolo è il segno di divisione e di frantumazione: è la separazione, la dis-unione.
Nei giorni del dolore e della malattia, Giovanni Paolo II è stato un simbolo in tutta la pienezza del termine che ha unito e alimentato unione e convergenza. Durante la malattia, ha unito ammalati e sani, aiutando in modo misterioso (che forse noi mai conosceremo) persone malate in situazioni insostenibili ad aggredire il dolore e la malattia con forza e dando un senso potente alla vita di uomini e donne schiantate dal dolore e dalla malattia. Se Dio può parlare attraverso la bocca di un’asina, può anche parlare attraverso un papa malato e morente. Di ciò sono testimone. Egli era esposto in quanto papa e il prezzo da pagare era anche una certa esagerazione enfatica.

Il contromodello… patacca
Quale abisso tra un presidente del consiglio di una nazione europea che per un mese si nasconde in una clinica (svizzera?) per farsi un lifting di restauro perché non accetta l’idea stessa di vecchiaia e non soddisfatto si rinasconde per farsi fare un trapianto di capelli e un papa vecchio, malandato e moribondo che si mostra per quello che è, senza paura del ludibrio della malattia che manifesta gli aspetti più tristi della vecchiaia come smorfie o gesti incontrollati o rantoli al posto di suoni di voce. Quanta differenza tra un presidente del consiglio che in tv impone l’angolatura di ripresa per apparire più alto e più fotogenico e un papa, ormai in stato residuale, senza difese che rifiuta riprese televisive di comodo o ammorbidenti, scegliendo in coerenza di vita la verità di apparire come è. E’ la differenza tra il testimone e l’insulso: tra l’uomo serio e il giullare, tra l’oro e la patacca.

A Gerusalemme
Nel 2000 ero a Gerusalemme, quando il papa visitò la Palestina e Israele. Ciò che colpì l’opinione pubblica fu la Messa al Santo Sepolcro. Ricordo come fosse adesso: il papa sbavava dalla bocca e non faceva in tempo a prendere il fazzoletto che il cerimoniere gli aveva messo sulle ginocchia, sbavava sui fogli. Quella scena, in se stessa penosa, smosse nel popolo un’emozione grande che si tramutò in affetto e in stima. Per le strade, sugli autobus ebrei e palestinesi dicevano: è un uomo di Dio e noi lo ammiriamo e lo stimiamo. Per Ebrei e Palestinesi in Israele era la prima messa cattolica in assoluto. Dopo quella visita e quell’emozione, fu istituita una cattedra di cristianesimo all’Università ebraica,dove si studiano i testi del NT con metodo storico-critico.
Non lì stupì il papa diplomatico (non lo fu neanche) o il papa che riconosce Israele e l’Autorità palestinese, colpì solo il vecchio malato e decadente che sbavava e che si trascinava al Muro occidentale con la sola forza della richiesta di perdono. In questi giorni sta avvenendo qualcosa di simile. Durante questa agonia nelle sinagoghe e nelle moschee in terra di Palestina, si pregava per il papa. Ancora una volta, un’altra prima volta.

Singoli e folle senza papà
La folla di questi giorni è un fatto che nessuno può negare e tutti abbiamo sperimentato una folla ordinata, compresa, motivata, disciplinata. Una folla che non fa paura è una notizia. Dicono che "in quei giorni" a Roma e dintorni non è stato toccato uno spillo, una macchina, un’insegna. Non era una massa di anonimi, ma ciascuno ha messo insieme, ha gettato in piazza come proprio s_nbolon, come segno di riconoscimento la propria ragione e la propria motivazione, senza ritegno e senza vergogna. Non una massa amorfa, ma un una folla di popoli che ha trovato nel papà vecchio e morente il proprio simbolo e realizzato il proprio bisogno di "senso". Una folla che aveva bisogno di una paternità visibile e che l’aveva trovata in quell’uomo che emergeva nel deserto arido di autorità senza autorevolezza, di insegnamento senza coerenza, di parole senza contenuto. In tutto il mondo e in tutte le culture. Coloro che dovrebbero svolgere una funzione pubblica genitoriale, sanno solo scannarsi per biechi interessi di bottega, dimostrando così di essere piccole scimmie che scimmiottano se stessi credendosi grandi nella loro infima piccolezza.
La folla delle genti di ogni lingua e cultura si è rivolta all’unisono verso il papa bianco perché si è sentita amata in modo privilegiato, quasi personale. Ognuno ha sentito e percepito se stesso come importante per quell’uomo che moriva senza paura e senza inganni. Molti anche lo hanno cercato per invidia perché nel profondo del loro cuore avrebbero e vorrebbero vivere la malattia, la vecchiaia e la morte come le ha vissute lui, da protagonista e da persona seria. Quella folla di popoli si è identificata in lui come testimone e come simbolo di ciò che ciascuno di noi vorrebbe essere di fronte allo scacco della morte.

Popolo di popoli
La folla di popoli non si è posta problemi teologici o letture sociologiche: a quelle folle non interessava nulla dei preti sposati o del sacerdozio alle donne, della realizzazione del Vaticano II o se il nuovo papa sarà restauratore o progressista, quella folla era "oltre" il recinto piccolo e ristretto della chiesuola di casa nostra che deve cogliere ogni momento e qualunque occasione per porre sul tappeto i problemi che "a me" stanno a cuore. Per una volta, per una volta nella storia della chiesa ha vinto il sentimento nudo della gente comune, ha prevalso il bisogno di esprimere i propri bisogni, un popolo di popoli si è messo in moto spinto da un atteggiamento di gratitudine ed è diventato protagonista. Tutto ciò è un male? Questo movimento spontaneo è un contro segno evangelico? Coloro che in questi giorni si sono impegnati a fare confronti con il Vangelo, tra la morte di Cristo e la morte del papa, sanno di cosa parlano? Sentono la congruità delle differenze che non sottostanno ad alcun paragone impossibile?
Papa Giovanni dissentiva "da codesti profeti di sventura" che non sanno andare oltre la misura del proprio naso e non sanno godere anche piccole gioie come le lacrime sincere di una ragazza, il rammarico autentico di un anziano, il sentimento semplice di un bambino, lo smarrimento incredulo di tanti non credenti. A volte si ha la sensazione che certi atteggiamenti nascono da un partito preso e non possono quindi essere sinceri come frutto maturo di una faticosa ricerca della verità che non si trova mai a scampoli.

Una grande occasione perduta
A me resta un rammarico grande che va a situarsi nelle pagine delle doglianze, ma che rivela anche la provincialità del nostro mondo occidentale in un tempo in cui tutti blaterano di globalizzazione. Nessuna tv dei paesi europei e degli Stati Uniti (tranne la BBC) ha trasmesso servizi o cronache o altro per i cittadini di lingua araba, siano essi cristiani o musulmani. I Paesi arabi hanno trasmesso in diretta i funerali del papa per le folle musulmane, attonite anch’esse per questa morte e in Europa, dove ormai il 14% della popolazione è di lingua araba, nessuna tv aveva un commentatore o almeno un "ospite fisso" arabo. Era un’occasione forte per favorire l’integrazione culturale e religiosa, mettendo a confronto le religioni sul senso e sul modo di affrontare la malattia, la vecchiaia e la morte.
Durante la sede vacante pontificava il pontefice Vespa che si gonfiava da solo ogni volta che si auto-citava, passando da una amenità all’altra, esaurendo tutti i superlativi del dizionario italiano. In Palestina e in Israele come anche nei Paesi arabi di stretta ortodossia, la gente piangeva la morte del papa e si sentiva più sola. Forse avevano capito qualcosa che io non avevo previsto e non potevo capire? Questo evento che la gente di tutto il mondo ha vissuto come mondiale (globalizzato?), noi lo abbiamo visto, vissuto e giudicato con le nostre misere categorie occidentali, dando ancora una volta la contro-testimonianza che il cristianesimo sia un "affaire" occidentale e magari un baluardo a difesa della civiltà occidental-americana.

La comunicazione non verbale
E’ necessario essere liberi da ogni condizionamento cultuale e culturale per potere vedere che tra la fine di marzo e l’8 aprile dell’anno 2005 sono avvenute diverse "prime volte".
Per un giorno, per un giorno solo si è realizzata la profezia di Isaia 2,1-5, che La Pira chiamava "il sentiero di Isaia": tutti i popoli verranno all’altare del Signore per ascoltare la Parola del Signore: forgeranno le lance in vomeri e le spade in falci. Nessuno può fare finta di non vedere che per la prima volta nella storia, la quasi totalità dei popoli che abitano la terra, nella persona dei loro legittimi rappresentanti sono convenuti a Roma, dall’est e dall’ovest, dal sud e dal nord e sono venuti non per dichiararsi guerra, ma per onorare un uomo di pace e per pregare, ognuno a modo suo. Anche i "signori della guerra" erano venuti perché sapevano che i loro popoli erano in sintonia non con loro, ma con quell’uomo sdraiato per terra e ormai muto e senza parola.

I segni "negati": una teoria di simboli e di sensi
Per un giorno governanti nemici si sono seduti vicino. Al momento della pace il presidente d’Israele, Katzav, stringe la mano al presidente della Siria, Bashar Assad, e al presidente dell’Iran, Khatami: governi e popoli in guerra, nemici votati alla sterminio reciproco… per una volta, in un momento delicato della storia universale, il mistero degli eventi li colloca in modo che "devono" stringersi la mano davanti alla bara di un papa non sul trono, ma deposto per terra, senza più potere e senza trono. E’ un simbolo che non può vedere chi ha "occhi incapaci/trattenuti da riconoscerlo" (Lc 24,16).
La forza dei gesti profetici sta proprio nella simbolica dei gesti impensabili che spesso aprono possibilità lontane altrimenti impossibili. So bene che tutti si affretteranno a negare, so bene che le esigenze diplomatiche sminuiranno qualunque portata, ma "contra factum non valet argumentum" e il fatto resta e nessun argomento o smentita potrà cancellarlo. Per un giorno, tutti i potenti della terra erano seduti su sedie di plastica ad ascoltare il “Magnificat” di Maria che concludeva il rito delle esequie, ascoltando le parole "Ha deposto i potenti dai troni e ha innalzato i miseri". E’ un simbolo.
Per un giorno, potenti ricchi si sono trovati davanti ad un uomo che aveva scritto nel suo testamento di non avere nulla di rilievo da lasciare in eredità se non le cose di uso comune. E’ un simbolo. Per un giorno i potenti della terra che si credono spesso dèi semionnipotenti hanno visto popoli interi piangere l’uomo, il solo su un trono a gridare contro la guerra e la povertà nel mondo. E’ un simbolo.
Per un giorno i guerrafondai di turno sono stati sconfitti da un uomo che aveva tra le braccia il crocifisso e sulla bara il libro dei vangeli che il vento sfogliava chiudendolo, quasi a dire che non c’è libro che non si possa chiudere, che non c’è pagina che non si possa girare, che non c’è ingiustizia e contesa che non si possano guarire: viene un giorno nella vita della storia e dei popoli, in cui tutti dobbiamo rendere conto della nostra giustizia o della nostra ingiustizia. E’ un simbolo!

Il vecchio e il bambino
Giovani e vecchi sono accorsi esprimendo un sentimento sincero e autentico di emozione e commozione verso un uomo che hanno considerato o scoperto come amico, padre, guida e sprone. Chi potrà mai dubitare della spontaneità delle emozioni vissute e provate a tutte le latitudini e in tutte le culture? Chi pensasse che questo popolo di folle in cammino e piangenti sbagliano, si arrocca in una splendida solitudine e si chiama fuori da un contesto di umanità che nessuno può negare perché è "accaduto" davanti ai nostri occhi. E’ un fatto. E’ un simbolo.
Che cosa ha spinto questa marea di popoli a convergere in piazza San Pietro per essere stretta tra le braccia del colonnato del Bernini, gli occhi fissi su quella finestra chiusa, e potere dire, sì, anche per potere dire: quel giorno c’ero anch’io? A me è parso che fosse un mondo orfano di padre e di madre, orfano di capi autorevoli e degni, orfano di figure coerenti e vere di quella verità che solo il cuore sa dire e riconoscere. La nostra civiltà ha tentato di espungere la figura del padre e della madre come residui sorpassati di tempi oscurantisti e i popoli sono accorsi in moltitudini dall’unico uomo che li ha fatti sentire figli: "Vi ho cercato, adesso siete venuti a trovarmi. Grazie". Folle di giovani, di uomini e donne, indistintamente hanno detto una cosa sola: ci siamo sentiti amati e abbiamo risposto con un moto del cuore. Le foto più diffuse tra i giovani erano quelle del papa con un bambino: l’immagine della paternità che abbraccia la figliolanza la quale risponde all’abbraccio con commozione e con disperazione. E’ un fatto. E’ un simbolo!
C’è un bisogno esplosivo di amore e di autenticità che né i capi di stato, né le istituzioni politiche e religiose possono e sanno dare, ma che uomini e donne del nord e del sud, dell’est e dell’ovest hanno trovato in un uomo che ha amato e offerto se stesso in immolazione per tutti e nei cui gesti la gente, specialmente i giovani, si sono ritrovati e riconosciuti, mettendo il papa da una parte e loro dall’altra insieme i due pezzi del s_n-bòlon, l’unico gesto sacramentale che potesse dire quello che le parole non sanno e non possono dire. E’ un fatto. E’ un simbolo.
Davanti a quella finestra, finalmente chiusa, restiamo noi storditi e stanchi, ma ancora esigenti perché, passati l’euforia e la psicosi, la gratuità e i sentimenti, l’autenticità e i suoi bisogni, c’è ancora bisogno di pensare… pensare… pensare. Forse, anche di pregare.

Tutto ciò premesso…
Ho ancora la forza di sognare un papa che sia "meno-papa", meno vistoso e più presente. Vorrei che il nuovo papa non durasse molto, ma quella manciata di anni che gli permetta alcuni fatti previi e poi due o tre scelte fondamentali: rinnovare il gregge dei vescovi, oggi ripiegati in funzione di fotocopia (non tutti, è ovvio!) dando un poco di respiro fino agli estremi confini del mondo. Preparazione di un concilio mondiale dei giovani come premessa indispensabile per un concilio generale cattolico in vista di un concilio ecumenico con tutte le chiese cristiane che abbiano all’odg: la sfida della povertà e della ricchezza, la scomunica per ogni guerra e per ogni esercito non difensivo, il popolo di Dio e in esso il sacerdozio con tutti gli annessi e connessi, la discussione del ruolo e delle modalità del papato, l’unità dei cristiani come s_n-bòlon del Dio annunciato da Gesù di Nazaret.
E’ morto il papa! W il papa!
Paolo Farinella, prete
(Genova, 9 aprile 2005)

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