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Paolo Moiola
PERÙ - Diario di una volontaria:
Nelle periferie di Lima
Perù
TRE MESI CON GLI "ALTRI"

Tra la gente di Corona de Santa Rosa (Tablada de Lurin, Lima).
(Diario di Michela Ventura)

Mi guardo intorno, seduta fuori dalla casa di cartone di Naissira, mentre lei allatta il suo piccolo seduta sopra una latta di colla, pittura o non so che...Alexander ha pochi mesi, e’ nato all’inizio dell’inverno e cosi’ si e’ preso la bronchite. La casa di cartone sta sul pendio scosceso della collina, per arrivarci bisogna percorrere i ripidi sentieri di sassi che scendono lungo la montagna di terra, pietre e immondizia, bruciata e non. Davanti a casa un lungo stenditoio artigianale cosparso di panni lavati e stesi invano ad asciugare...
piove, la nebbia e’ cosi’ fitta che non si vede nemmeno la sommita’ della collina...
tutto e’ marrone e grigio intorno, solo le case di canne intrecciate, legno o cartone, con i loro panni stesi fuori, cospargono questo scenario di macchie di colore.
Naissira e’ una bella donna, forte, ha terminato gli studi e vive in questa casa, che e’ della madre, con il suo compagno, che lavora poco lontano da qui... E’ fortunata, rispetto alle altre donne della comunita’, ma e’ molto preoccupata per il suo bambino. Accanto a lei la sorella, anche lei con il suo bambino piu’ piccolo, e la nipotina, pochi anni, che gioca nella terra li’ intorno raccattando tutto quello che trova....
L’aria ha un odore terribile, non c’e’ luce, ne’ acqua, devono andare a prenderla nei bidoni che il camion, a pagamento, ovviamente, riempie tutte le mattine...
Dopo un po’ smetto di ascoltare e mi domando cosa ci faccio qui....ci sono talmente tante cose che mi passano per la testa che mi verrebbe voglia di svitarmela e lasciarla rotolare via...
Vado a trovare Brigida, altra casa, di legno, questa volta, senza finestre, con dei buchi nelle pareti per far passare l’aria. Un’unica stanza con due letti ed una culla, dove dormono lei ed i suoi figli, un tavolino e una tv (accesa), una fioca lampadina e, appesi alle pareti, utensili da cucina e le immagini dei santi piu’ popolari: San Martin, eroe dell’indipendenza peruviana, Santa Rosa e la Madonna.
Brigida ha 4 figli, gli ultimi due dei quali frutto di violenza. Il padre se ne e’ andato, l’ultima volta lei ha tentato di abortire, ma Jean Paul e’ nato lo stesso, con una paralisi cerebrale. Ha 3 anni e non cammina, non parla, (fatta eccezione per “Mama’” e “Tata’”, suo fratello): le sue gambe sono senza muscolo, senza nervo, sembrano le gambe di una bambola. Brigida lo porta in braccio, ogni settimana, fino alla clinica dove (paga 30 soles) gli fanno fare una terapia, i medici le hanno detto che un giorno potra’ camminare...
Brigida oggi e’ malata, non si e’ alzata dal letto; io conosco Jean Carlo, 5 anni, che viene al Jardin ed e’ molto intelligente; sta guardando la tv e giocando con il suo fratellino. Quando sta bene, Brigida va a lavorare e lascia i suoi figli a Jeanette, la figlia piu’ grande (15 anni), perche’ li accudisca; Jeanette studia alla sera, dalle 19 alle 22, il martedi’ e il giovedi’ lavora in un ristorante cinese dalle 10 della mattina alle 24. La pagano 10 soles (meno di 20 centesimi di euro l’ora). Il fratello piu’ grande (16 anni) lavora invece in una falegnameria, dalle 8 alle 18, tutti i giorni dal lunedi’ al sabato, per un totale di 60 soles la settimana. Alle 18 smette e va a scuola per terminare la secondaria.
Brigida pensa che sia un buon posto di lavoro, perche’ gli danno anche il pranzo.
Sono famiglie, donne, con una gran voglia di migliorare, nonostante piova e non abbiano scarpe, vestiti, cibo e calzini a sufficienza per il loro figli e per se stesse.
Una riunione di mamme e papa’, 50 persone, venerdi’ pomeriggio. Nonostante il freddo inziale si sono lasciate coinvolgere da due grandi formatrici che, senza aver mai sentito nominare il buon Parknas, credo, hanno condotto un’agenda in perfetto stile attraversando tutte le fasi del suo “metodo”, parlando di diritti del bambino e violenza familiare.
E oggi una riunione di mamme, nel pomeriggio, convocata dalla maestra dell’asilo. Sono rimasta colpita dal modo in cui si dicono le cose, direttamente, senza tanti problemi. Ma soprattutto da un fatto. Oggi un bambino, giocando, ha rotto lo specchio che sta appeso al muro del Jardin (e’ enorme e non oso immaginare quanto costa). Dopo aver discusso del fatto che alcune mamme sono in ritardo con il pagamento della pulizia e del materiale scolastico, si doveva decidere cosa fare. O chi rompe (la mamma) paga, o ogni volta che viene rotto qualcosa si divide la spesa fra tutti. In 2 minuti letterali si e’deciso di dividere la spesa fra tutti. Punto. Senza pensarci due volte. E lo faranno, dice Gianni. Io ho pensato un minuto ai miei genitori di Villazzano e Povo, dove i soldi non mancano, ma dove non mi immagino una scena simile, non so perche’......E’ proprio vero che non si puo’ avere tutto...


Ieri siamo andate a “visitare” il progetto di Gerry, volontaria italiana in Peru’ da ..boh..25 anni?, a Villa el Salvador, quartiere totalmente “invaso” che negli anni si e’ trasformato in quello che e’ oggi: una citta’ di 400 mila abitanti, interamente sorta sulla sabbia, di fronte all’oceano. Il progetto “di” Gerry, di fra virgolette perche’ in realta’ e’ il progetto della comunita’ si chiama “Deporte y vida” e rispetto a Corona Santa Rosa e’ molto piu’ grande: intanto hanno una “sede” e una “succursale”, per cosi’ dire, e poi, oltre all’asilo, al doposcuolo, al taller di manualita’ e teatro, ai vari tornei di “futbol de la calle”, hanno messo in piedi una “panaderia social”, chiamata “Tagliafierro” in onore del suo finanziatore, italiano.
Gerry ci racconta come e’ nato tutto questo. Quando e’ arrivata qui c’era solo un “cerro” di sabbia e immondizia. Arrivato il primo finanziamento, dove l’asfalto non arriva la comunita’ ha dovuto arrangiarsi per trasportare la sabbia e creare il terrapieno dove oggi sorge tutta la struttura. Era tutto sabbia mescolata a immondizia. A spalla. Un sacco dopo l’altro. Sembra incredibile oggi, dove non c’era niente, ci sia tutto questo. Davvero quello che qui non manca e’ la SPERANZA.
Ed io mi ritrovo una volta ancora a domandarmi cosa voglio fare della mia vita, io che in realta’ non so FARE bene niente, o almeno cosi’ mi sembra...
Mi sembra di non avere niente da mettere a disposizione di queste persone, se non me stessa. Voglio dire: se sapessi, che so, fare il pane, cucinare, cucire, costruire case, dipingere..coltivare la terra, avrei qualcosa da condividere. So solo “cumplir”. Mi manca il fiato per ..volare...

Stasera al cine popular Annali mi si e’ addormentata in braccio.
Mi fa male la pancia. Hai fame? Si’. Prenditi una cachanga.
Ho freddo. Le metto il mio poncho.
Mi accarezzi la testa? Era una cosa che avrei voluto fare, l’ho pensata un attimo prima....
Perche’ non riesco a prevenire le sue domande? A offrirle cio’ che mi chiede, in fondo solo affetto, senza che lei abbia bisogno di chiedermelo? Sono ancora ben lontana...
Annali ha 9 anni. Sua mamma probabilmente ha la mia stessa eta’. Ma io non l’ho mai vista. Se ne e’ andata lasciando i suoi tre figli con il padre. Che lavora tutto il giorno. Lascia qualcosa da mangiare, o soldi per comprarlo, e ritorna la sera, verso le 23. Annali sta tutto il giorno in giro, da sola, cerando qualcuno che per un attimo si occupi di lei.
Ieri piangeva. Aveva fatto cadere le chiavi di casa dal muro del doposcuola...mio papa¡ mi picchia..diceva. Le abbiamo trovate. Per fortuna.

Sandy, 8 anni. Va e viene da solo da scuola, anche stasera al cine era da solo. Mi si sdraia letteralmente in braccio e si lascia accarezzare, massaggiare, mi porta le mani sulle sue guance, come se non avesse bisogno d’altro, lui, con una maglietta dalle maniche corte e una felpa con la cerniera che non si puo’ chiudere, e lo stomaco probabilmente vuoto da un po’, che di carezze. Finge persino di essersi addormentato. Io sto al gioco.
Sua madre, Mercedes, e’ sola. Il padre non so dove sia. Ha altri due figli, Brandoli, che e’ un bambino down, e la piccola di qualche mese. Da poco e’ riuscita a trasformare la sua casa di estrelas (paglia) in una casa di compensato. Si e’ fatta aiutare da un’latra coppia della comunita’, perche’ non aveva i soldi per comprare il materiale (fra tutto 180 soles, poco piu’ di 40 euro). Lavora facendo le pulizie al progetto e partecipa al gruppo del microcredito: ha iniziato la sua attivita’ vendendo pollo. Ovviamente, con due figli piccoli, quando puo’. Sandy si arrangia da solo. Ma anche lui ha solo 8 anni.

Giovedi’ pomeriggio, Omar, 9 anni, esce da scuola alle 18, come tutti i pomeriggi.
Non c’e’ nessuno a prenderlo, per tornare a casa deve percorrere un lungo tratto di strada con un mototaxi. Tutti i giorni. Ma giovedi’ pomeriggio scompare. La mamma, non vedendolo arrivare, comincia a cercarlo. Per giorni. La polizia, anche. Il suo corpo ricompare oggi, martedi’ 12 luglio, vicino a Pradera, una baraccopoli vicina a Tablada de Lurin, vicina alla casa dove abita. Dove era diretto. Violato, gia’ in decomposizione, con segni di tortura. Drogati, omosessuali, dicono. Ma nessuno sa chi e’ stato. E forse non si sapra’ mai. 9 anni. Potrebbe essere uno dei bambini che tutti i giorni salgono e scendono a piedi dalle loro case di paglia, legno o cartone a Corona Santa Rosa, come in tutte le baraccopoli del mondo, per andare a scuola. Soli. Perche’ la madre deve dargli da mangiare, e per farlo deve lavorare. Tutto il giorno. Solo per il necessario. Senza arrivare al sufficiente. Per pagare una scuola che ammucchia fino a 40 alunni per classe, offrendo un’istruzione basilare e precaria, che sfugge subito dalle piccole menti che si affannano per sopravvivere. Arrangiandosi. Da soli.
Ines, 6 anni, va a scuola nel turno mattutino, a piedi, da sola. Torna a casa, aspetta il suo fratellino, Andres, 3 anni, che torna, a piedi, da solo, dall’asilo, mangia quello che le ha lasciato la madre, fa mangiare il fratellino e se lo porta al doposcuola, dove fanno i compiti, giocano. Fino alle 18. Tornano a casa, a piedi, da soli, e aspettano che la madre torni dal lavoro, alle 20, anche lei a piedi. Da sola.
Anni fa una giovane donna, incinta, cerca, chiede a chi conosce i soldi per andare all’ospedale, non sta bene, forse e’ arrivato il momento di partorire. Nessuno ne ha, nessuno puo’ prestarglieli. Va all’ospedale lo stesso. Non l’accettano, non puo’ pagare. Muore. Lei e il suo bambino.
Una mamma di Corona, senza marito, con tre figli, il piu’ grande dei quali di 7 anni. E’ incinta. La madre e’ in carcere per droga, non puo’ aiutarla. Va all’ospedale lo stesso, senza soldi, senza nemmeno un panno per avvolgere il suo piccolo. Porta con se’ i suoi tre figli. Non sa dove lasciarli. E sta male. Dall’ospedale manda il piu’ grande, a piedi, da solo, a chiedere i soldi ad una famiglia che conosce bene. Non possono prestarglieli. A lei e’ andata bene. La fanno partorire, con i tre figli, digiuni, che l’aspettano fuori. Ma ora ha un altro figlio. Vivo.

Esta noche “Cine popular: Paloma de papel”...
Alle 19 la piccola Diana e’ ancora al Progetto. Normalmente, siccome abita lontano e va e viene sola (ha 7 anni) a quest’ora e’ gia’ a casa. Pero’ il cinema, la gente, l’aver lasciato la sua uniforme al progetto e il dover aspettare le chiavi, questa sera la fanno tardare. E’ gia’ buio da un pezzo, l’accompagno, penso. Poi me lo chiede lei, accompagnami, ho paura. Mi ricordo di quando ero piccola io, e avevo una gran paura del buio...
Che qui e’ proprio buio, nel senso che la luce elettrica non arriva, se non in alcuni casi.
Cominciamo a scendere lungo la scarpata. La strada, anche di giorno, non e’ niente male. Per un alpinista. Margot, che si e’ offerta di accompagnarmi, desiste dopo una decina di metri. In compenso, Diana saltella come uno scoiattolo davanti a me, nel buio, felice che l’accompagni e chiacchiericcia con il suo cinguettio che tanto mi piace. Lo ammetto, questa bambina e’ speciale per me. Mentre scendo, non posso fare a meno di distogliere lo sguardo da dove sto mettendo i piedi per ammirare la distesa di luci sotto di noi: Lima, o meglio, la Lima che non appare in nessuna cartina geografica, la Lima che per molti potrebbe anche sparire...Quando arriviamo a casa di Diana, ci accoglie la mamma, prontamente mi offre una delle sedie migliori. Mi vengono incontro i fratellini di Diana, Litio mi parla nel suo spagnolo incomprensibile (ma sara’ castellano o quechua?), mostrandomi orgoglioso quello che c’e’ nella sua casa. Il papa’ sta costruendo delle lanterne per i suoi bambini, domani alle 18 ci sara’ il “paseo de antorchas” per la festa Patria. La casa e’ un locale attraversato dal filo dove stanno stesi i panni. C’e’ un tavolo, alcune sedie, due letti, in uno sta sdraiata la sorellina minore. Mi sento calorosamente accolta, e straordinariamente bene. La mamma mi offre un’acqua di anice molto dolce e il mais tostato che servira’ da cena per tutti. Mentre lavora, parlo un po’ con il padre di Diana, che in realta’ e’ il patrigno. E’ cuoco, sta cercando lavoro, al momento lavora sabato e domenica in un club di Chorrillo, un quartiere bene qui vicino ( si fa per dire, ci vogliono almeno 50 minuti di autobus).
Diana racconta di quello che facciamo al doposcuola, mi sembrano molto sereni, nonostante le difficolta’ per sopravvivere senza lavoro con 4 figli. Sono gente semplice, che sa accogliere senza problemi, felice di una visita inaspettata, che condivide tutto quello che ha. Racconto un po’ dell’Italia, in questo momento non mi manca per niente.
Prima che me ne vada, la mamma di Diana, come sempre quando vengo a trovarla, mi da’ un sacchetto con l’anice che mi ha appena offerto e un sacchetto di papas della sierra, spiegandomi come cucinarle...non esco mai a mani vuote da questa casa. Tampoco se queda vacio mi corazon....Ma devo tornare. Il cine stara’ per iniziare e, soprattutto, Margot non sara’ molto tranquilla. Mentre salgo inerpicandomi per queste stradine di sassi e terra, affascinata dallo spettacolo delle luci e di questa gente meravigliosa e incredibile, nel buio assoluto, mi viene da pensare a mia mamma e alle sue raccomandazioni sul non girare mai da sola....mi vine da ridere. Ahi, mamita, non puoi capire, se non sei qui. Sembra impossibile che le persone possano mantenersi cosi’, vivendo in un posto come questo. Che non vinca il rancore, l’odio, l’egoismo. Sembra davvero incredibile....
Giusto oggi a pranzo siamo state dalla mamma di Beatriz. Una signora bellissima, che mentre ci prepara e serve il pranzo ci racconta di come utilizza le erbe per curare le varie malattie, e di come in questo modo ha curato finora tutti i suoi 5 figli... la stessa sensazione di calore e benessere, inspiegabile, la voglia di chiacchierare con lei e ritornare..Mi sono innamorata di queste donne. Sono una vera forza della natura. Tenace, incomprensibile, e bellissima.
Devo dire due parole anche sul film. “Paloma de papel” e’ un film peruano che racconta gli anni di Sendero Luminoso e la sua lotta armata sulle Ande, in teoria per liberare il popolo e fondare un nuovo Peru’. In realta, dopo 20 anni, (1980-2000), di guerra fra la popolazione, soprattutto nella sierra e nella selva, Sendero e l’esercito il risultato e’ di 70 mila vittime. Ma le cose piu’ agghiaccianti sono due: l’assoluto SILENZIO in cui si e’ consumata questa tragedia, tanto all’interno del Paese (che ha creduto fino ad oggi, anno del rapporto della Commissione Verita’, giustizia e riconciliazione, che le vittime fossero 20 mila). Quanto all’esterno. E l’arruolamento forzato di bambini sotto la minaccia di uccidere i genitori . La gente di Corona e’ venuta in massa, bambini compresi, nonostante la violenza del film.
Dopo la proiezione abbiamo avuto la fortuna di incontrare il regista, che ha girato anche la “trilogia” sui bambini di strada: “Gregorio”, “Juliana” e “Anda, corre, vuela”. Io naturalmente lo tempesto di domande, perche’ gli attori dei suoi film sono bambini di strada in carne(poca) e ossa. Lui (svizzero) e sua moglie (peruana) hanno fatto tutto un “trabajo social”, come lo chiamano qui, con los niños de la calle, alquilando un piso por dos meses y vivendo junto con ellos.
Sono piena di stupore. E gratitudine. Con il cuore ben aperto.
Michela Ventura